Javier Prades
Javier Prades
Eventi e cultura

Dall’io nasce il popolo

Il docente di teologia Javier Prades approfondisce il tema del Meeting 2021

A Rimini, Javier Prades, Rettore dell'Università San Damaso di Madrid, si è confrontato con il tema del Meeting 2021, la frase di Soren Kierkegaard, il coraggio di dire io. Prades ha svolto il suo intervento con una introduzione, tre quadri e un epilogo. Nell'introduzione Prades ha ripreso la frase di Kierkegaard affermando che senza mettersi in gioco non vi è comunicazione della verità. Lo ha introdotto Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l'amicizia tra i popoli. Scholz ha spiegato l'origine della scelta del titolo, facendo capire che la mancanza di realismo del tempo di Kierkegaard che rendeva difficile dire io, perché non si sapeva cosa fosse, è tornata oggi, ma in senso contrario perché la pandemia ha fatto emergere l'esigenza a tornare a dire io. Qui sta il perno della proposta del Meeting di quest'anno, l'invito a tutti a riscoprire il valore del proprio io. Senza mettersi in gioco non vi è comunicazione della verità Il Meeting ha chiesto a Javier Prades di affrontare la domanda così importante per l'uomo di oggi, ogni uomo in qualsiasi condizione si trovi, qualunque approccio esistenziale abbia, qualunque tradizione lo abbia educato. Ha poi ripreso il tema del Meeting facendo presente che Kierkegaard ha fatto questa affermazione perché contro l'astrazione del pensiero idealista e razionalista voleva sostenere che la verità esige una persona che si mette in gioco.

«Senza mettersi in gioco non vi è comunicazione della verità» ha detto con forza Prades documentando la sua affermazione con diverse personalità della cultura contemporanea. Gilles Lipovetsky ha scritto che dopo che tutto è crollato è rimasto in piedi solo l'individuo, Charles Taylor ha caratterizzato il nostro tempo come epoca dell'autenticità, Massimo Recalcati si è soffermato sulla follia narcisistica. Don Giussani e don Carron hanno ripreso la sfida di Kierkegaard perché chiama in gioco il soggetto e soprattutto dopo l'effetto Chernobyl che lo ha indebolito esistenzialmente urge una ripresa dell'io. Javier Prades a questo punto ha chiarito il percorso attraverso il quale avrebbe affrontato la sfida posta dalla frase di Kierkegaard: tre quadri e un epilogo.

Primo quadro. Uno, nessuno e centomila L'opera di Pirandello fotografa la condizione esistenziale dell'uomo del Novecento, che smarrisce la possibilità di conoscere se stesso e nello stesso tempo non si trova più riconosciuto dagli altri, tanto da poter essere nessuno e nello stesso tempo centomila. Prades nel suo percorso è poi arrivato a Bohemian Rhapsody dei Queen, alla serie tv Euphoria, al film Nomadland per far emergere il senso di onnipotenza di alcune posizioni e il rovescio della medaglia, una solitudine intrisa di amarezza. L'uomo, e non solo i teenagers, ma anche i sessantenni e i settantenni, vive il dramma di una grave solitudine, è incapace di legami stabili. Ma in tutta questa deriva Prades avverte «la crepa nel muro: una nostalgia di qualcosa d'altro». Vi è un punto di fuga: tutto sembra crollare, in realtà si apre una prospettiva nuova e affascinante, vi è una crepa attraverso cui passa una luce imprevista ma reale. Prades, prima di passare al secondo quadro, ha fatto eseguire il canto di Adriana Mascagni, Il mio volto.

Secondo quadro. Abramo: la nascita dell'io Prades ha iniziato questa seconda parte citando Edith Stein, la sua coscienza di essere fugace, ma nello stesso tempo che nel suo essere fugace vi è un essere duraturo. Von Balthasar afferma a tale riguardo che non è con la meditazione che si può trovare il proprio io ma donandosi ad uno o alla realtà. E' qui il punto di svolta che viene dal mondo ebraico-cristiano, «per poter dire io ci vuole un Tu, l'uomo ha bisogno di un rapporto cui abbandonarsi totalmente per dire io». Con la personalità di Abramo, come afferma don Giussani si ha «la nascita dell'io». La vocazione di Abramo dà inizio ad una storia nuova, la storia di un dialogo con un Tu in cui l'io trova se stesso. La figura della storia in cui si compie questo rapporto con il Tu è Gesù di Nazareth, l'uomo che dice io, «prima che Abramo fosse io sono», un io che è diventato compagno di strada dell'uomo. Con Gesù l'uomo scopre di essere perché è amato, «io sono perché sono amato». A questo l'uomo deve rispondere, qui sta l'origine della parola responsabilità, così importante nella vita di tutti. «Alternativa alla solitudine – ha detto Prades – è l'accoglienza di un Altro, è la responsabilità». A questo punto Prades ha fatto vedere un brano dell'intervista a Mikel Azurmendi, proposta lo scorso anno, commentando con grande commozione che Mikel ha capito che cosa significhi responsabilità.

Terzo quadro. La nascita dell'io e del popolo Prades ha citato a questo punto don Abbondio, la sua affermazione secondo la quale «Il coraggio, uno, se non ce l'ha, mica se lo può dare». Non è questo il coraggio che invece come dice don Giussani nasce da una simpatia. «Il coraggio di dire io – ha detto Prades – passa attraverso l'attaccamento affettivo». Così nasce l'io e con la nascita dell'io nasce il popolo. Il sì di Pietro rappresenta così l'origine del popolo cristiano. A questo punto Prades ha fatto riferimento agli «spazi d'azione» di cui parla Ulrich Beck ad indicare che oggi in questo mondo contemporaneo serve un'azione creativa che non accetti i limiti attuali. Prades ha sostenuto con energia che oggi servono luoghi di educazione alla libertà, di educazione alla vita sociale, di educazione al lavoro. C'è bisogno sempre più di luoghi in cui la fede di alcuni aiuti gli altri a ricominciare, perché la vita è una continua ripresa, un inesausto ripartire per vivere pienamente il reale.

Epilogo. Prades ha continuato dicendo che riconoscimento del proprio errore è l'affermazione dell'amore di Cristo ed ha citato una delle pagine più straordinarie del Vangelo, quella in cui Pietro dice a Cristo: «Signore Tu sai tutto». Prades, per affermare che Dio è misericordia, ha terminato il suo intervento con un brano dell'intervento di don Giussani nel maggio del 1998 davanti a Giovanni Paolo II: «Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione; anche il sentimento di perdono è dentro questo mistero di Cristo. Questo l'abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l'uomo - anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso - non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l'ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l'esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: «Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo.» «Ecco l'io umano più potente, - ha concluso Javier Prades il suo intervento - che ci sia mai stato sulla terra, l'io di Cristo, e la modalità con cui ognuno di noi potrà sempre, anche attraverso i suoi limiti e le sue mancanze, continuare ad avere il coraggio di dire io, di generare così un popolo che renda testimonianza della presenza di Dio vivente nella storia».
Prof. Leonardo Di Nunno
  • Meeting per l’amicizia tra i popoli
  • Rimini
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