
Territorio
Il crollo del prezzo dei carciofi nei campi
La denuncia di Coldiretti Puglia su queste pratiche speculative che vanno individuate e contrastate
Puglia - venerdì 2 gennaio 2026
10.00
A Brindisi il prezzo dei carciofi è diventato una beffa che strangola il lavoro nei campi, con il "primo fiore" pagato agli agricoltori tra i 12 e i 20 centesimi a capolino, mentre sugli scaffali della grande distribuzione lo stesso carciofo arriva a costare fino a 90 centesimi a capolino. E' Coldiretti Puglia che denuncia la forbice inaccettabile in uno scenario drammatico, considerato che già a dicembre, con il crollo delle richieste, il mercato ha smesso di assorbire il prodotto fresco e i carciofi hanno preso la strada dell'industria, con lo "spezzato" che viene pagato 5-6 centesimi a capolino, un prezzo che non copre neppure i costi di raccolta e di trasporto e che trasforma una produzione di eccellenza in una perdita secca per le aziende agricole.
"In una fase in cui l'aumento dei prezzi alimentari frena i consumi, molte famiglie sono costrette a ridurre la spesa, mentre i costi legati al trasporto arrivano a pesare fino a circa un terzo del prezzo finale di frutta e verdura." Denuncia Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi, nel sottolineare che "questo contesto ha prodotto aumenti spesso difficili da giustificare, con uno scarto enorme tra quanto viene pagato il prodotto in campagna e il prezzo sugli scaffali". Secondo Ripa, lungo il percorso che porta i prodotti dal campo alla tavola si insinuano pratiche speculative che vanno individuate e contrastate anche attraverso l'azione dei Vigili dell'Annona. Da qui la richiesta di controlli stringenti sull'origine dell'ortofrutta esposta sui banchi, in particolare quella proveniente da Paesi del Nord Africa come la Tunisia, ,a anche da Egitto e Marocco.
E se non si interviene subito, il conto lo pagheranno prima gli agricoltori e poi i consumatori, con meno prodotto locale, più importazioni e prezzi ancora più alti. Serve un'attenzione massima all'origine di ciò che finisce nel carrello – sottolinea Coldiretti Puglia – orientando in modo chiaro le scelte verso i prodotti Made in Puglia, una leva fondamentale per sostenere occupazione e sistema economico locale. La regione produce complessivamente 1.245.400 quintali di carciofi – evidenzia Coldiretti Puglia – e ben 475mila arrivano dalla sola provincia di Brindisi, territorio altamente specializzato nella coltivazione di carciofi di qualità, al punto da aver ottenuto il riconoscimento europeo della IGP per il carciofo brindisino.
Un sistema distributivo che non funziona spinge sempre più verso la vendita diretta in azienda: meno passaggi, più trasparenza, maggiore sicurezza alimentare. Anche perché in molti Paesi extra Ue si usano ancora pesticidi pericolosi, vietati in Europa da anni, spesso in contesti di dumping sociale che abbassano i costi e falsano la concorrenza. Senza reciprocità, gli accordi commerciali diventano un boomerang per agricoltori e consumatori, come dimostra il dossier Mercosur. Coldiretti sostiene l'export, ma non accetta regole a senso unico: se le imprese italiane rispettano standard severi, l'Europa deve pretendere gli stessi requisiti da chi esporta nel nostro mercato.
Servono anche regole uguali sull'uso dei fitosanitari in tutta l'Unione Europea. Oggi non è così, e il conto lo pagano gli agricoltori italiani, penalizzati da costi più alti e da un numero sempre minore di strumenti per difendere le colture. In trent'anni l'uso dei fitofarmaci in Italia si è dimezzato e le sostanze disponibili sono crollate da oltre mille a circa 300. A rallentare tutto ci si mette anche il ritardo sulle Tea, le nuove tecnologie non Ogm per il miglioramento genetico. Coldiretti ha portato la battaglia a Bruxelles, promuovendo una legge europea per fare finalmente chiarezza su ciò che mangiamo. Senza norme trasparenti, continuerà l'inganno dei prodotti stranieri travestiti da Made in Italy, reso possibile dalle falle del codice doganale europeo che consentono l'"italianizzazione" dopo lavorazioni minime. I cittadini, intanto, hanno le idee chiare, con l'87% degli italiani, secondo Coldiretti/Censis, considera l'italianità una garanzia ed è disposto a spendere di più pur di averla. Una scelta condivisa anche da oltre l'85% delle famiglie con redditi più bassi, che non rinunciano a qualità e sicurezza.
"In una fase in cui l'aumento dei prezzi alimentari frena i consumi, molte famiglie sono costrette a ridurre la spesa, mentre i costi legati al trasporto arrivano a pesare fino a circa un terzo del prezzo finale di frutta e verdura." Denuncia Giovanni Ripa, presidente di Coldiretti Brindisi, nel sottolineare che "questo contesto ha prodotto aumenti spesso difficili da giustificare, con uno scarto enorme tra quanto viene pagato il prodotto in campagna e il prezzo sugli scaffali". Secondo Ripa, lungo il percorso che porta i prodotti dal campo alla tavola si insinuano pratiche speculative che vanno individuate e contrastate anche attraverso l'azione dei Vigili dell'Annona. Da qui la richiesta di controlli stringenti sull'origine dell'ortofrutta esposta sui banchi, in particolare quella proveniente da Paesi del Nord Africa come la Tunisia, ,a anche da Egitto e Marocco.
E se non si interviene subito, il conto lo pagheranno prima gli agricoltori e poi i consumatori, con meno prodotto locale, più importazioni e prezzi ancora più alti. Serve un'attenzione massima all'origine di ciò che finisce nel carrello – sottolinea Coldiretti Puglia – orientando in modo chiaro le scelte verso i prodotti Made in Puglia, una leva fondamentale per sostenere occupazione e sistema economico locale. La regione produce complessivamente 1.245.400 quintali di carciofi – evidenzia Coldiretti Puglia – e ben 475mila arrivano dalla sola provincia di Brindisi, territorio altamente specializzato nella coltivazione di carciofi di qualità, al punto da aver ottenuto il riconoscimento europeo della IGP per il carciofo brindisino.
Un sistema distributivo che non funziona spinge sempre più verso la vendita diretta in azienda: meno passaggi, più trasparenza, maggiore sicurezza alimentare. Anche perché in molti Paesi extra Ue si usano ancora pesticidi pericolosi, vietati in Europa da anni, spesso in contesti di dumping sociale che abbassano i costi e falsano la concorrenza. Senza reciprocità, gli accordi commerciali diventano un boomerang per agricoltori e consumatori, come dimostra il dossier Mercosur. Coldiretti sostiene l'export, ma non accetta regole a senso unico: se le imprese italiane rispettano standard severi, l'Europa deve pretendere gli stessi requisiti da chi esporta nel nostro mercato.
Servono anche regole uguali sull'uso dei fitosanitari in tutta l'Unione Europea. Oggi non è così, e il conto lo pagano gli agricoltori italiani, penalizzati da costi più alti e da un numero sempre minore di strumenti per difendere le colture. In trent'anni l'uso dei fitofarmaci in Italia si è dimezzato e le sostanze disponibili sono crollate da oltre mille a circa 300. A rallentare tutto ci si mette anche il ritardo sulle Tea, le nuove tecnologie non Ogm per il miglioramento genetico. Coldiretti ha portato la battaglia a Bruxelles, promuovendo una legge europea per fare finalmente chiarezza su ciò che mangiamo. Senza norme trasparenti, continuerà l'inganno dei prodotti stranieri travestiti da Made in Italy, reso possibile dalle falle del codice doganale europeo che consentono l'"italianizzazione" dopo lavorazioni minime. I cittadini, intanto, hanno le idee chiare, con l'87% degli italiani, secondo Coldiretti/Censis, considera l'italianità una garanzia ed è disposto a spendere di più pur di averla. Una scelta condivisa anche da oltre l'85% delle famiglie con redditi più bassi, che non rinunciano a qualità e sicurezza.


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