Le lettere di Agata Pinnelli

La forza del diritto costruisce, il diritto della forza distrugge

23 maggio: una giornata per non dimenticare

Cos'è la legalità? È difficile darne una definizione, ma si può capirne la valenza insostituibile proprio attraverso una similitudine: la legalità è come la pelle che ci ricopre, sottile e vulnerabile senza costituire una corazza, né un riparo, ma guai se non ci fosse. Il mondo sarebbe insopportabile senza la sua magra protezione: il minimo contatto, il più fiacco raggio di sole martirizzerebbero le nostre carni fino alla follia; perciò la pelle è la nostra indispensabile, debole barriera che ci protegge dal mondo. Allo stesso modo l'ordine legale (la legalità) è la tenue barriera che ci protegge da noi stessi, dalla nostra natura aggressiva. La legge può essere imperfetta, ingiusta, insufficiente ed ancora una macchina di sfruttamento, di oppressione o di inquisizione, una porta chiusa in faccia ai deboli, un labirinto di formalità, in cui sistematicamente si perdono le buone intenzioni, ma è anche la porta attraverso la quale entra la luce della giustizia, della sicurezza, della solidarietà e della concordia. Si può essere dalla parte della legge e combatterla apertamente quando la si ritiene ingiusta, ma restarne ai margini vuol dire spalancare le porte alle belve che ci abitano per sottometterci al loro terribile imperio. La legge non va interpretata nel modo che più ci conviene, ma osservata con spirito di onestà. Spesso ci si giustifica che si è agito in un certo modo, perché non c'era altra scelta, ma una scelta c'è sempre ed è possibile prendere posizione rispetto a quello che succede intorno a noi: la passività ci rende complici, tutti possiamo lottare contro l'omertà e l'indifferenza nelle piccole scelte quotidiane. Ci si educa alla scelta con la riflessione, imparando ad assumersi le proprie responsabilità, ad esser vigili di fronte all'ingiustizia, alle vessazioni, a non fecondare l'assuefazione all'agire scorretto, perché così si percepisce l'ingiustizia come normalità, avvalorata dalla paura dell'uso della violenza da parte di chi è artefice della ingiustizia.

Oggi dilaga la cultura dei risultati a tutti i costi che a sua volta genera quella del privilegio; è difficile sottrarsi ai valori imposti dalla società, ma è anche vero che ognuno di noi può lottare per cambiare quello che ritiene ingiusto, sbagliato, discriminante, contribuendo con l'esempio del proprio comportamento alla lotta contro l'illegalità e la corruzione. Non c'è corruttore senza corrotto, non c'è impunità per i ladri e gli assassini senza l'omertà dei testimoni. Spesso in teoria tutti si dichiarano senza remore a favore della legalità e della solidarietà contro la cultura mafiosa e i soprusi, ma poi nelle singole situazioni si finisce per trovare mille giustificazioni, quando i propri comportamenti si discostano dalla legalità: evadere le tasse, infrangere il codice della strada, commettere abusi edilizi, vendere e consumare droghe, sfruttare il lavoro, delocalizzare le imprese per essere più competitivi. Sono tutte azioni non giustificabili con la scusa "lo fanno in tanti". Tutti i singoli comportamenti individuali sono importanti affinché la legalità garantisca le opportunità di progresso a tutti i cittadini attraverso il lavoro imprenditoriale e non, che insieme costituiscono l'anima pulsante che muove la società in prospettiva di un futuro sempre a misura d'uomo. La lotta alla criminalità, alla cultura della violenza mafiosa deve diventare una narrazione collettiva: collettiva perché la cultura mafiosa isola e colpisce i suoi avversari lasciati soli, come ricorda Giovanni Falcone, quando lamenta l'isolamento istituzionale o quando lo stesso rimane sconcertato dalla lamentela della "signora qualunque" sul Giornale di Sicilia, che chiede a gran voce il suo allontanamento dal palazzo dove "lei" sua vicina di appartamento "paga le tasse e lavora otto ore al giorno e non vuole sentire il fastidioso suono delle sirene che le impedirebbero di guardare la televisione"; è narrazione perché la medesima cultura mafiosa si coltiva e prospera negli anfratti dell'omertà, del silenzio imposto dai delinquenti ed autoimposto per paura, per stare tranquilli. Ci sono esempi come la narrazione, la parola è insopportabile alla criminalità mafiosa, narrazione come quella della Radio Aut di Peppino Impastato, del giornalista Giancarlo Siani, tutti condannati a morte, dello scrittore Roberto Saviano, a cui è stata data la scorta per la sua narrazione "Gomorra". La narrazione collettiva è una doppia sfida alla cultura del sopruso, cioè quella cultura che è, ancora Falcone, "contiguità morale tra mafia e non mafia" e che è quindi più insidiosa dell'adesione aperta. Quello che le singole carte processuali di norma non riescono a fare – emozionare – lo fa invece la parola, la narrazione collettiva di uno scrittore, di un giornalista o di un cittadino comune che in pubblico a fronte alta prende la parola, come Canosa di Puglia(BT), lo scorso 19 maggio, ha saputo fare durante la manifestazione cittadina contro l'illegalità, attraverso l'imprenditore Nunzio Margiotta con il suo appello sofferto, appassionato, pieno di speranza, voglia di fare, di cambiare, di promuovere il nostro territorio che lo merita sia per i suoi valorosi cittadini, sia per la sua illustre Storia che ci chiama tutti all'appello ad adempiere alle nostre responsabilità.

Con la narrazione si dà fastidio agli affari dei criminali ed è vergogna alla onorabilità di quegli altri disturbati dal chiasso, dalla curiosità che determina la narrazione e che dà cattiva fama al luogo dove si vive o disturba la cosiddetta "quiete". Ciò che fa proliferare e perpetuare il brodo di cultura della criminalità è anche la ritirata delle reti di solidarietà e di sostegno sociale, la dissoluzione del senso civico, il prosciugarsi delle risorse che la collettività (Stato) dovrebbe mettere a disposizione per la tenuta del territorio e della società che vi si insiste. La progressiva scomparsa dei fondi a sostegno delle politiche sociali rende difficile quello che viene definito l'effettivo esercizio dei diritti sociali garantiti dalla Costituzione. Le leggi che non sono adeguate ai bisogni della collettività, come la prescrizione dei reati, le procedure processuali nei vari gradi troppo lente, tasse elevate non corrispondenti ai servizi erogati, la sicurezza ai cittadini non garantita da un adeguato numero delle forze dell'ordine nell'arco delle 24 ore minano la fiducia collettiva, la coesione sociale intorno ad un progetto condiviso di sviluppo, la speranza di un futuro in cui ciascuno trova il suo spazio di autorealizzazione. Il peso della criminalità sul lavoro documentato da indicatori come il volume del pizzo e dell'usura, dà già conto della difficoltà di una comunità locale ad indirizzare i propri sforzi ed energie verso una condizione di normalità, intesa come parità di accesso alle opportunità e al miglioramento individuale, di rigetto del patto con l'illegalità, difficoltà che poi porta ad una cappa psicologica da cui non ci si libera, anzi si avverte una sensazione inesplicabile e quindi rassegnazione e morte civile. In questi ultimi tempi c'è da dire, che si va coniugando il senso di fiducia al senso pubblico nella nuova realtà emergente tra chi denuncia l'estorsione sul proprio lavoro e la società civile sotto la forma dell'Associazionismo Antiracket, rappresentato nella manifestazione collettiva, appena trascorsa, dalla presenza di Renato De Scisciolo, in qualità di presidente della sezione pugliese. Ogni atto di resistenza è una dichiarazione di fiducia in sé, negli altri e nel futuro condiviso. Una Canosa che dice No alla criminalità, che dice No al sopruso, alla violenza, che resiste alle vessazioni, altro non è una dichiarazione di fiducia nel futuro di Terra di Lavoro. Questo, ha manifestato con fierezza l'imprenditore Nunzio Margiotta, denunciando pubblicamente di essere vittima di estorsione a cui non vuole cedere il passo. Si è nutrito, afferma, di pane e dignità, parole che racchiudono un testamento valoriale inciso sulla roccia dell'onestà, suoi compagni di viaggio, che hanno sorvegliato sempre l'integrità del suo animo, durante il percorso di vita, non sempre facile, essendo rimasto orfano dalla tenera età, per la morte prematura del padre in Germania, dove era emigrato per cercare lavoro, lasciando la famiglia in questa terra ostile. Ribadisce di aver contratto un impegno morale con il padre, lottando, lavorando con spirito di sacrificio. Per questo ha voluto dar vita ad un sogno, ad una utopia, quella di creare il lavoro "qui" e non altrove, di assaporare la fragranza del pane e della dignità nella nostra terra, facendo impresa, lasciandosi fortificare dal sorriso commosso dei suoi dipendenti per la gioia di avere il lavoro; non solo, ma anche la soddisfazione di aver creato un prodotto apprezzato a livello nazionale ed internazionale, reinvestendo gli utili sempre nell'azienda per continuare a riscattare quel debito morale con il padre emigrato e con la propria terra: si può fare con la forza del diritto, del sognare in grande, della determinazione, del no solidale a chi vuole calpestare, impedire il progresso sociale, soffocare la fierezza di appartenere a questo territorio, la cui cultura ci fa da maestra; a chi vuole cancellare dalla vita la giustizia sociale, i diritti di cittadinanza e la fiducia nel futuro, indispensabile a fecondare il nostro territorio e la nostra vita. Ecco la forza della narrazione collettiva che distrugge la paura e coinvolge tutti in un cammino solidale di convivenza. Di qui il richiamo a creare una rete consapevole di resistenza, di conoscenza, di rifiuto degli stereotipi (tanto non cambia mai niente, sono tutti corrotti…) elaborati per giustificare il non agire, il non ascoltare e dialogare con le istituzioni; una rete itinerante, capace di bloccare il cammino su un sottile crinale tra legalità e illegalità, poco evidente, silenzioso, ma altrettanto distruttivo, quanto la violenza eclatante.

Dalla manifestazione sono emerse la volontà e la necessità di una rigenerazione intesa come "polis democratica" tesa al bene pubblico fondata sull'etica della responsabilità. Merito della manifestazione è stato anche quello di voler restituire una fotografia dettagliata della bellezza del nostro territorio grazie all'associazionismo volontario, ad esperienze faticose e preziose come quelle di Nunzio Margiotta e della Confindustria rappresentata da Sergio Fontana, ma nello stesso tempo evidenziare il suo volto deturpato dalla criminalità, dalla cittadinanza politica e civile ancora dormiente, ma con i giorni contati grazie alla narrazione collettiva che ha messo in atto un processo di consapevolezza e di identità che il diritto della forza tenta di distruggere impedendo l'esercizio della cittadinanza attiva. Nel lessico della legalità ci sono parole decisive come consapevolezza, partecipazione, regole, responsabilità dei cittadini e della classe dirigente. Sono parole impegnative di cui vale la pena appropriarsi per non dimenticare che la democrazia va conquistata ogni giorno, che il pericolo è sempre in agguato. Attivare e diffondere comportamenti virtuosi conviene, non è un'utopia, ma piuttosto una scommessa che Canosa con i suoi cittadini, istituzioni, forze dell'ordine ha capito di mettere in campo per incentivare e premiare ad ogni livello i comportamenti rispettosi delle regole, che la rendono vivibile e ricca di futuro. Pertanto la scelta di non tirarsi indietro, di rinunciare ad ogni alibi, di rispettare sempre e comunque la legalità non risponde più solo a criteri di sensibilità, solidarietà, civiltà, ma è diventata una questione di razionalità, convenienza e interesse: l'interesse di chi è convinto che vale ancora la pena di provarci a risvegliare quel virus della legalità che sembra addormentato in attesa di tempi migliori. Canosa con questo racconto ha ricevuto il soffio vitale, è diventata una creatura consapevole, si è raccontata e ora esiste. È come se tutti insieme hanno urlato il diritto ad una vita dignitosa, hanno urlato la loro solitudine di fronte alla criminalità che diventa sempre più onnipresente, hanno squarciato il velo dell'indifferenza, è l'urlo di una umanità privata della cittadinanza e della sicurezza. La manifestazione ha gettato il seme dello stroben, quella energia e determinazione a cambiare che nasce dalla consapevolezza di non essere soli che non tutto è perduto, che ci fa percepire che esiste la cittadinanza senza patria altrettanto vera e sentita: quella della libertà, della giustizia e fratellanza, quella dell'orgogliosa dignità del vivere.

Mi piace ricordare l'uomo simbolo dell'antiracket, Libero Grassi, uno dei primi imprenditori che si ribellò al racket del pizzo: aveva detto No ai mafiosi e al pizzo non perché fosse un eroe, proprio come il nostro concittadino che ha avuto il coraggio di denunciare in pubblico, ma per salvaguardare la propria dignità, la propria libertà e i propri interessi e non permettere ai mafiosi di distruggere quello che con tanti sacrifici aveva costruito. "Pagare significa dare forza ai mafiosi ed io non lo farò" – aveva detto Libero Grassi e lo aveva anche scritto in una lettera pubblicata sul Giornale di Sicilia il 10 gennaio 1991, avvertendo i suoi estorsori che non avrebbe pagato. Il suo coraggio non è stato solo nel non pagare, ma soprattutto nel parlare, nel raccontare, nel denunciare e nel cercare solidarietà presso altri negozianti tartassati dalla mafia. La sua storia diventò un simbolo in tutta Italia della lotta alla mafia, una sfida che gli costò una condanna a morte: fu ucciso la mattina del 29 agosto 1991, ma il suo esempio ha dato la forza a tanti di uscire dall'ombra e dall'omertà creando una rete di solidarietà contro cui la mafia, la criminalità è impotente, come ha precisato De Scisciola: la denuncia collettiva è la strategia vincente contro la paura e l'arbitrio. Oggi ci sono le leggi che proteggono chi denuncia. La morte di Libero Grassi ha reso veritiero il pensiero di Falcone: "Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni ideali. Continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini".
Agata Pinnelli
Il silenzio è dolo! Il silenzio è mafia!L'imprenditore Nunzio MargiottaCanosa, 19/05/2016 le autorità23 maggio: una giornata per non dimenticare23 maggio: una giornata per non dimenticare23 maggio: una giornata per non dimenticare23 maggio: una giornata per non dimenticare
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