Equipe medici
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Vita di città

Storia di un trapianto renale dalla Puglia al Veneto, con speranza

Il dono di chi ama, la mano di chi sana, l’affetto di chi è amico, la preghiera di chi crede.

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Il male dell'ipertensione, quando si associa agli affanni duri dell'esistenza, è come una frusta quotidiana che ti opprime la mente, che ti affatica il cuore, che ti stringe il respiro, che ti lacera il colon nelle discariche, che ti intossica il sangue di bile, che ti ferisce i reni, poveri e nobili spazzini delle tossine del nostro sangue.
Poi ai mali della salute si aggiunge il male dell'uomo, che ti abbandona, che anzi ti frusta, ti perseguita politicamente e ti "scaglia la prima pietra" in pubblico, sul giornale, anche se si inciampa.

Così un uomo che lavora e non sa mai dire una parola d'insulto, nel silenzio composto della casa emarginata, soffre per finire…in dialisi, con i reni pietrificati alla loro fine.
Ma Dio è grande e semina l'amore e chi ama, fa ciò che sta scritto: " Nessuno ha un amore più grande di questo: dara la vita per i propri amici" (ev. Giovanni, 13,13).
Così il dono, il dono a rischio di se stressi , germoglia in chi si è fatto "la metà" del coniuge e pensa, e si dibatte, e prega e decide con coraggio di donare proprio la metà dei suoi reni, per liberare l'altro dalla prigione della dialisi, per ridare la vita, diventando ogni giorno "una sola carne", come dissero davanti a Dio nel giorno degli sposi.

Ma il viaggio della speranza dalla Puglia si affatica nei passi fino al Veneto, fino a Padova, al "Centro Trapianti Reni e Pancreas". Visite mediche, analisi e ancora analisi, consensi dinanzi al giudice, dinanzi alla propria coscienza, dinanzi a Dio, "nella buona e nella cattiva sorte", fino al giorno della donazione e del trapianto.
Camici bianchi intelligenti di un'equipe medica, mani di arte medica, sapienti di scienza e chirurgia, operano sul letto dove la coscienza si addormenta nei sensi, per risvegliarsi e aprire le ciglia al dolore e alla speranza.

Dal mattino fino a sera, le mani del maestro di chirurgia, del prof. Paolo Rigotti, che trapianta la vita negli infermi condotti. Dal mattino fino a sera, esce dalla sala operatoria e il grande fratello dice: "grazie professore!", e Lui risponde: "ringraziate la donatrice!".
Se "gli uomini – come scrive don Tonino Bello – hanno un'ala soltanto e possono volare solo rimanendo abbracciati ", ora un uomo e una donna hanno un calice soltanto e per mangiare e purificarsi hanno bisogno di abbracciarsi.

Anche in Chiesa il Sacerdote invita la comunità alla preghiera nell'Eucarestia, "per una coppia della Parrocchia, che è entrata in sala operatoria". Anche noi amici veritieri senza tempo, siamo solidali e ci purifichiamo nello spirito; solidali, gioiamo nella vita divenendo più forti nei nostri affanni, divenendo più buoni nelle nostre opere. C'è anche Vincenzo che dice: "io sono Zero positivo e sono disposto a donare il sangue!" .

Lui ha riconosciuto subito il rene dell'amata e non l'ha rigettato. Il viaggio ritorna dal Veneto in Puglia, qui a Canosa dove si chiudono i battenti della Sanità tra disimpegni politici cronici, tra speculazioni politiche sulla pelle, manifesto luttuoso, degli infermi, mentre un canosino, ferito di strada cerca un ospedale, un soccorso, una coperta e i raggi per le ossa… di una storia vera e recente!
Ma i raggi di chi dona, illumina le vie della Sanità: questa via non è ancora compiuta, ma è rinata per essere vissuta, nella scienza, nella coscienza, nel dono umano, nella fede cristiana, dove Dio ama anche chi non crede.

Grazie! prof. Rigotti, grazie! Donatrice d'esempio, grazie! Madre Santissima, Fonte di Canosa, Grazie! o Signore per il tuo Amore.
Non cercate chi sia, / non chiedete chi sia / leggete ciò che siamo / pensate a ciò che tutti doniamo.

Lettera di famiglia alla Comunità
Equipe mediciProf. Paolo Rigotti
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