Cina-Russia
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Il multilateralismo tra crisi rilancio e... morte

La disamina di Danilo Dell'Aere


La definizione di cosa sia un ordine internazionale liberale non è univoca, soprattutto per via dell'evoluzione storica della dottrina liberale (si pensi alle differenti visioni di due padri fondatori come Immanuel Kant e Woodrow Wilson). I principi cardine alla base del funzionamento dell'ordine liberale sono cinque:

1) una fitta rete di istituzioni internazionali volte a indurre gli Stati (soprattutto quelli più forti) alla moderazione strategica;

2) una distribuzione di potenza che favorisce la leadership le-
gittima di uno stato guida;

3) la vocazione essenzialmente globale di tali meccanismi di ordine;

4) l'effetto pacificatore dell'interdipendenza economica;

5) l'enfasi sulle virtù della democrazia e la sua promozione.

Il multilateralismo è sicuramente centrale per i primi due principi. Per quanto riguarda le istituzioni internazionali, volendo, possiamo sostenere che i due concetti siano di fatto complementari: infatti, non possono esserci istituzioni internazionali che non si basino sulla prassi del multilateralismo (sarebbero altrimenti meri strumenti di potere di una potenza egemone su Stati a questa assoggettati), né la prassi del multilateralismo può sussistere senza una cornice istituzionale di riferimento (rimarrebbe infatti una forma di cooperazione estemporanea e volatile).

L'appartenenza a organizzazioni internazionali, poi, ha l'effetto di condizionare l'agire degli Stati membri: come succede nelle istituzioni proprie della politica interna, anche in ambito internazionale far parte di un'organizzazione impone l'accettazione di obblighi ed eventualmente sanzioni. Questo, in ottica liberale, ha l'effetto di stemperare la capacità degli Stati più forti di massimizzare i vantaggi della propria superiorità relativa, inducendo piuttosto alla moderazione strategica.

Analogamente, il multilateralismo è essenziale per il secondo requisito dell'ordine liberale: una distribuzione gerarchica della potenza che preveda cioè la presenza di uno Stato in grado di – e disposto a – farsi garante dei meccanismi di gestione dell'ordine, attraverso non solo l'esercizio della potenza (di cui dispone per definizione), ma anche tramite consenso.

Insomma, l'ordine liberale si basa sull'aspettativa che un egemone in grado di limitare la propria ambizione strategica possa essere percepito come benevolo dagli altri Stati, e riesca quindi a rendere la propria leadership legittima, perché consensuale.

Tutto ciò, chiaramente, non sarebbe però realistico se non ci fosse il multilateralismo, senza il quale l'azione del leader non sarebbe prevedibile, trasparente e in qualche modo compatibile con gli interessi degli Stati "follower".

Cosa possiamo aspettarci dal futuro? Nel caso peggiore il sistema commerciale emergente potrà essere dominato da blocchi commerciali esclusivi, volti a incrementare gli scambi al loro interno e a creare barriere con l'esterno. Si tratta di un sistema difficilmente foriero di prosperità e cooperazione: venendo meno il principio della soluzione legale delle controversie, sarà la mera superiorità economica a stabilire l'esito delle dispute commerciali. Questo potrebbe costringere gli Stati minori del sistema a stabilire relazioni meramente opportunistiche con una grande potenza,
rinforzando rapporti di subalternità a vantaggio dei "più forti" .

Nella storia abbiamo già registrato esempi in tal senso: quello che presenta le maggiori affinità – e che risulta anche lo scenario più preoccupante – è il sistema degli anni Trenta del secolo scorso. Fortunatamente il tessuto istituzionale internazionale di oggi è decisamente più solido rispetto a novant'anni fa, così come diverse sono le norme di comportamento ora in vigore. Tuttavia, il ricordo della crisi dei Vent'anni e il conflitto che ne susseguì dovrebbero fungere da monito nel momento in cui ci si allontana dall'attuale configurazione dell'ordine per alternative dai contorni ancora incerti. Anche se in questi ultimi anni è cresciuta l'intensità dei rapporti economico diplomatici tra Cina e Russia. Quest'ultima, ormai alla fine del ventennio putiniano, ha continuato ad impegnarsi nel rafforzamento dell'Unione Economica Eurasiatica. Il successo di questo progetto è fondamentale per Mosca, ma risente fortemente del maggior dinamismo economico della Cina.

Proprio per questa ragione la Russia è stata costretta a far buon viso a cattivo gioco, accettando sin dal 2015 la Belt and Road Initiative lanciata da Pechino nel 2013 e cercando modalità di integrazione tra i due progetti. La Cina è evidentemente destinata a essere il partner principale della Russia nel prossimo futuro.

Con l'attuale situazione in Ucraina, Mosca sta in effetti notevolmente aumentando il livello della propria cooperazione strategica con Pechino e i due Paesi sono concordi nel contestare l'ordine unipolare a guida statunitense emerso alla fine della Guerra Fredda.

Tuttavia i rapporti di forza, economica soprattutto, sono sempre più favorevoli a Pechino, e Mosca dovrà essere molto attenta a evitare di farsi schiacciare dal suo vicino orientale.
La costruzione della Grande Eurasia, della quale tanto si parla in questi ultimi anni, non sarà certamente un'impresa facile.

Infine, nonostante le difficoltà del rapporto con la Cina e la sempre più permanente situazione di rottura con l'Occidente, la Russia sembra trovarsi a suo agio nel nuovo ordine "post occidentale" che si sta rapidamente definendo nella nuova situazione internazionale.
La sua posizione appare quindi destinata a rimanere di fondamentale importanza nello scenario internazionale con il conseguente spostamento della partita principale di questo XXI secolo in Asia.
Danilo Dell'Aere
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