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L’educazione sia prima di tutto passione per l’uomo

Al Meeting di Rimini esperienze da Regno Unito, Albania e Canada

L'educazione? Una passione per l'uomo che ha senso solo nella libertà. Al XLIII Meeting di Rimini che si è concluso il 25 agosto scorso, tre esperienze da altrettanti paesi su educazione e libertà, storie di rinnovato impegno nel ribaltamento delle prospettive rispetto agli schemi tradizionali. L'incontro "Liberi di educare nelle scuole del mondo" in collaborazione con DiSAL, Diesse, Cdo Opere Educative e Associazione Culturale il Rischio Educativo, ha sottolineato come l'educazione sia prima di tutto passione per l'uomo. «L'educazione», ha esordito Ezio Delfino, dirigente scolastico e presidente di DiSAL, «si basa sull'amore per la libertà dell'altro che caratterizza l'evento formativo». Ma come si esercita questa libertà? Hans van Mourik Broekman, preside del Liverpool College di Liverpool, U.K., è rimasto "folgorato" dal messaggio di Giussani durante la pandemia: una citazione in un video di Youtube a cui è seguita una lettura vorace dei suoi scritti: «Nelle parole di Giussani», ha commentato Broekman, «ho trovato tutto quello che ho sempre pensato ma che non ero mai riuscito a spiegare a parole: la totalità dell'educazione, il fatto che l'educazione riguarda tutto, mentre invece lavoravo in un incubo positivista che aveva cancellato tutto ciò che non era quantificabile». Le idee di Giussani, in un contesto non cattolico, hanno portato a cambiare gli orari, a dare più tempo per la riflessione, ma soprattutto a puntare sulla libertà: «Noi presidi abbiamo pensato a lungo a modi migliori per controllare gli studenti. Ma non è possibile limitare il rischio legato alla libertà. Non si può insegnare a parole alle persone ad essere buone. Così si scade nel moralismo, in forme di attivismo che danno risultati superficiali. L'unica cosa che funziona è lo sguardo di una persona che ama, che si rivolge all'umanità e mostra la possibilità di una relazione».

Suor Teuta Buka, direttrice del Centro M. Mazzarello, Tirana, e responsabile degli Istituti Salesiani di Tirana e Scutari in Albania, ha raccontato come in lei la vocazione alla vita religiosa salesiana e la vocazione alla missione educativa siano la stessa cosa: «Essere religiosa ed educatrice ha significato stare insieme ai ragazzi, dare vita ai loro sogni che erano anche i miei sogni». Ma non sempre succede: «I giovani di oggi non sempre trovano adulti significativi che si facciano carico di accompagnarli nel percorso della vita». Più che una crisi giovanile suor Buka vede nella sua Albania – ma anche in tutta Europa – una crisi della dimensione dell'adultità. E la soluzione, anche qui, sta nell'amore verso la libertà dei ragazzi: «Ogni volta che parliamo di scuola vediamo dei ragazzi scoraggiati. Ma sono feriti dalla valutazione, si sentono misurati da test sempre meno personalizzati, e sempre più vittime del distacco emotivo di insegnanti che sentono lontani». Per questo, «educare è un atto di speranza. Crediamo nella presenza dello Spirito, del quale anche i ragazzi sono abitati: anche loro hanno le risposte».

Infine, Luciana Cardarelli, Program and Member Services coordinator of Catholic Principal's Council (CPCO) di Toronto, Ontario, ha portato la sua esperienza di presidente dell'associazione che riunisce i presidi delle scuole cattoliche della provincia canadese, tra le cui schiere sempre più sono i laici con incarichi di responsabilità. «Il nostro lavoro», ha spiegato, «è mettere in pratica i principi che ci ha insegnato Cristo, e di accompagnare i giovani attraverso il suo esempio di guida e di maestro. Per la nostra associazione è dunque fonda-mentale servire, sostenere e guidare». Dunque, una scuola inclusiva, che annulli le distanze date dalle differenze di etnia, religione ed estrazione sociale: «Ogni studente deve essere conosciuto per nome».
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