Pasolini Notarangelo
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Le Pillole

Il mio Sessantotto ha cinquanta anni

Tra ombre e luci

Il mio Sessantotto ha cinquanta anni, ho titolato "Ombre e luci del sessantotto" l'ultimo capitolo del mio primo libro di prossima pubblicazione "Il gelso bianco di casa mia, vita e pensieri dal 1950 al 1970". Il Sessantotto chiude il mio periodo di vita vissuta a Canosa di Puglia ed apre il periodo universitario a Roma, alla Casa dello Studente di via De Lollis. A Roma arrivai con gli occhi aperti sulle immagini televisive della cosiddetta "battaglia di valle Giulia", primo marzo 1968, e nelle orecchie i versi di Pier Paolo Pasolini della "Il PCI ai giovani":
" ...avete facce di figli di papà
siete pavidi, incerti, disperati
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati,
prerogative piccolo borghesi, Cari.
Quando ieri a valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti
perchè i poliziotti sono figli di poveri..."

Proprio vero, quei poliziotti erano giovani di venti anni, spesso figli del povero Sud e di famiglie alla ricerca di pane e lavoro ,per le quali il "posto fisso", conquistato magari con una umiliante raccomandazione, era miraggio, manna dal Cielo. Quei celerini, quei giovani Carabinieri erano espressione viva,vera di una Classe Sociale impastata di miseria nobile, di quella miseria che "non da autorità", citando Pier Paolo Pasolini. Vedo, come un lungometraggio gli scontri alla Statale di Milano, il grido degli studenti Francesi "ce n'est pas qu'un debut ". Ritornano alla memoria le letture Canosine del liceale ultimo anno : il filosofo ,pedagogo americano Herbert Marcuse, l'ideologo della nuova rivoluzione di Classe che supera il pensiero Marxista, preparando la concezione di lotta che sarà tipica di Che Guevara :"Distruggete tutto ciò in cui avete creduto finora, buttate a mare tutto ciò che fino a ieri rappresentava il basamento della vostra vita : vi sembrava granito ed è invece pietra pomice, vi sembrava eterno ed è invece friabile ed inutile".

Ritorna il pensiero sugli scritti di Monsignor Helder Camara, Vescovo della Chiesa della Liberazione Sudamericana, fatta di preti operai che si sporcavano le mani nelle favelas accanto agli ultimi e di Martin Luther King, il profeta della lotta contro il segregazionismo , per creare parità di diritti e doveri in una America a posti bianchi assegnati nei mezzi pubblici che, anche se vuoti, non erano fruibili dalla Gente di colore. Quante volte in questi lunghi anni ho riascoltato i discorsi del Pastore Battista, parole forti per dare certezza materiale ad un "Sogno"! Ascolto fatto con la stessa attenzione empatica alle lezioni ai giovani del primo dopoguerra di Calamandrei : la conquista, dopo una guerra giusta, di una Repubblica democratica regolata dalla sempre viva Costituzione. Quel giovanotto di diciassette anni, che oggi canta ...Paese mio che stai sulla collina...il sessantotto ascoltava la radio delle canzoni nuove, fortemente diverse dalle melodie Sanremesi. Il nuovo arrivava dagli States, con testi che parlavano di impegno sociale, diritti civili, di pace, di lotta ad una guerra assurda in Vietnam. Con quelle canzoni di Bob Dylan, della Sua compagna in arte e nella vita sentimentale, "l'usignolo di Woodstock", Joan Baez, ho incominciato a frequentare la lingua Inglese, l'American slang. Musica country, blues, gospel/ spiritual, rock and roll, fanno da corona a libri, riviste, scritti di uomini ispiratori di un mondo diverso, tanto atteso dalle nuove generazioni. Quei giovani erano in Italia i figli degli emigrati dal Sud, dal Veneto che avevano portato braccia e lavoro nelle grandi aziende del Nord riempiendo caseggiati anonimi nelle periferie di Milano e Torino, operando fattivamente alla realizzazione del Miracolo Economico della Italia degli anni 60, che stupì il Mondo.

Quei figli nel sessantotto, operai o studenti, stanchi di un grazie consumistico fatto di televisori, lavatrici, automobili di piccola cilindrata, vogliono dal potere economico e politico qualcosa di più,vogliono una società più giusta, più equa, più solidale. Il pur differente grado di scolarizzazione non impedisce cortei di protesta, dove operai e studenti marciano sottobraccio e gridano gli stessi slogan. Finisce cosi il periodo della solitudine umana tipica del primo dopoguerra e comincia quello del dibattito nei collettivi dove penne famose, Montanelli, Pasolini, che vogliono capire ascoltano e prendono appunti. E' questo il meglio del sessantotto, la nostra non era solo protesta contro il sistema, contro il padre padrone, contro una Chiesa lontana ed autoreferente, contro i cattedratici, contro la solitudine delle case, delle Chiese, delle scuole, delle fabbriche, il nostro era il "sessantotto della scoperta della felicità", come bene ha riassunto Paolo Mieli. Il nostro era bisogno di capire l'insegnamento della Storia, era richiesta forte di un ruolo attivo nei fatti culturali, nel lavoro, nella Politica. Questo sessantotto cosi ideale è purtroppo sfuggito di mano agli idealisti, complice l'azione di violenti, di quelli che, picchiando duro, ci tolsero la testa del corteo. Erano quelli che Indro Montanelli definì "gli altri giovani", spesso figli di papà ricchi, ma con il giornale Lotta Continua o Potere Operaio in tasca. Gli idealisti leggevano Paese Sera. nemmeno l'Unità o il Manifesto. Il culmine della nostra sconfitta è stato, dopo gli scontri, il terrorismo, i morti innocenti, le famiglie rovinate dalla marmaglia nera e rossa; avevo paura a lasciare di sera da solo la Casa dello Studente, a due passi c'era via dei Volsci, strada famosa dei Collettivi rossi, ma anche piazza della Minerva presidio fisso dei nuovi fascisti .

Noi abbiamo perso una occasione grande che la Storia ci aveva propiziato. Oggi consci di quella brutta sconfitta, da nonni, guardiamo con apprensione i nostri nipoti. I giovani di oggi di quel sessantotto, forse perchè pochi hanno avuto la capacità di spiegane punti di forza e di debolezza, di parlare, di ascoltare, hanno ricevuto pochi messaggi, considerano quel tempo e quei giovani solo conquista di divertimento sfrenato, di droga e sesso che pur caratterizzarono le occupazioni delle scuole e delle fabbriche. E' a Loro che dedico questo mio scritto, a loro che sono ripiombati nella solitudine dello smartphone. Cari ragazzi cambiate il vostro modo di vita, ascoltando la lezione della Storia, tornate a parlare tra di Voi, da un confronto serrato possono nascere idee. Tutti insieme, dal basso, senza aspettare regali dall'alto, potete cambiare questo Vostro e nostro difficile mondo.
Nunzio Valentino
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