Storia e dintorni

Quando Giuseppe Ungaretti si fermò a Canosa......

Su segnalazione di Francesco Morra

Su segnalazione di Francesco Morra:

Dunque, nel 1934, Giuseppe Ungaretti, già poeta di fama mondiale, iniziò una collaborazione con la "Gazzetta del Popolo", quotidiano torinese all'epoca di livello nazionale. Ungaretti faceva l'inviato speciale: raccontava a modo suo ciò che vedeva con i suoi occhi nei suoi reportage. Nell'agosto del 1934 si recò in Puglia, e così anche a Canosa.

L'articolo che parla di Canosa apparve sulla pagina 3 della "Gazzetta del Popolo" del 22 agosto 1934 ed era intitolato "Da Foggia a Venosa". Molti anni dopo, nel 1961, la Mondadori raccolse in un volume tutti gli articoli di Ungaretti apparsi sulla Gazzetta del Popolo. Il volume si intitolava "Il deserto e dopo".


Tomba di Boemondo
Un poggio declina, salite gli scalini di un vicolo cieco colle sue ombre che palpano la parete, col suo tonfo nell'ombra. Vedete bene che non mancano di memorie qui a Canosa e possono tirare su anche i muri di povere case incastrandoci il segno di nobiltà di qualche lapide romana. Tendete l'orecchio a uno scalpitìo confuso che arriva sino a voi pei lastroni della Piazza, poi per quelli del Corso. Vi mescolate allo sciamare d'echi, siete portato a entrare in Chiesa, vedete sugli elefanti la Cattedra di mille anni fa del Vescovo Orso. Vi trovate fuori intorno alla Tomba di Boemondo. Nel grido sordo del sole: Boemondo eroe della 1 Crociata - quei gatti d'Antiochia, dove fu colpito, che hanno un occhio verde e l'altro turchino, le figurine con damaschinature d'argento e i dischi arzigogolati delle imposte dissimili della porta di bronzo, la cupola di bella forma d'uovo sorgente dagli otto lati d'un tamburo. Lo sgolarsi d'un galletto di primo canto.

La Via Traiana
Non vi sorprenda d'avere incontrato gli elefanti da queste parti. Ne hanno sentito parlare dai tempi d'Annibale, per lo meno. Né vi sorprenda che Canosa occupando i tre quarti d'un colle apparisca, straordinario giuoco di bussolotti, sull'incurvarsi di una strada storica. E se non una città di fatalità omeriche e designata a fiorire prima forse che fosse nato Omero, quale poteva ambire d'essere scelta fra quelle che avrebbero legato ufficialmente Roma al mare? È una collina come un'onda gonfia più che non dovrebbe consentire la calma che le si stende ai piedi. Ma la Valle dell'Ofanto dalla quale esce Canosa è tutt'altro che calma, se "calma" non fosse vocabolo capace come uno di quegli inganni messi in opera da Annibale e proprio da queste parti che convincevano il nemico a schierarsi anche contro il vento, il polverone e il sole.

Un sole torturante, come non può essercene un altro, degno d'una valle che è uno di quei quadrivi dove i popoli si sono gettati senza trovare nemmeno nel sangue sparso a fiumi la fusione che li aveva spinti nella mischia, e che non sarà mai trovata s'è necessario credere e vivere. Questo è il campo dove si sono scontrati i Continenti: Affrica e Roma, Bizantini e Barbari. Questo è il Quadrivio dei Continenti dove, da Canne a Benevento, fu vista la traiettoria, l'alba e il tramonto d'una grandissima impresa umana, secondo i limiti che amaramente le fissava Dante pensando alla sconfitta di Manfredi, chiamando Federico II ultimo Cesare.

Ma se le strade maestre le hanno sempre allargate i calcoli militari, è la favola che le ha tracciate e aperte: uno se ne va, gliene capitano di tutti i colori, per caso arriva dove si ferma, e dopo di lui tre o quattro sono partiti, perché chi è lontano anche se non si sa dove è andato a sbattere, è come una calamita. Questa favola o un'altra: le strade che dureranno sempre nella memoria sono queste, con precisione non si sa quando nate, alle quali da un punto all'altro della terra i popoli finiscono sempre per tornare, aperte prima di tutto a furia di passi che non sapevano dove andavano a finire. Il primo è sempre stato un puro eroe, uno partito solo per partire.

I vasi dell'ipogeo
Al Museo di Bari. È fatta scorrere una tendina di velluto verde. M'hanno scoperto in quella vetrina tutta la Puglia in un miracolo d'arte popolare: il miracolo di Canosa. In quel Museo non mancano vasi apuli d'ogni epoca. Ne ho visto uno che porta disegnato un giovane colle scarpe da funambolo: botas de fota, mi suggerisce il fine Soprintendente Aru; su un altro, un giovane ha in testa un sombrero: ladri di bestiame, iniziatori di piantagioni, forse l'arte greca si era messa qui a immaginare un romanzo di pianura vergine.

Ma il vasaio canosino un giorno impazzisce. Ha mandato in giro tanti mai vasi sui quali il disegno è più o meno vivo, più o meno accademico, ora è sul punto di doversi riposare e diventa naturalmente come un bambino, e sarebbe meglio dire: diventa come uno che abbia ritrovato se stesso: la tecnica delle figure rosse su fondo nero è abbandonata, e a nausea gli è anche venuto quell'untume che hanno i soliti vasi. I nuovi vasi di una cottura incompleta, è abbandonata, come era giusto in Puglia, la cera per la calce: immersi in un bagno di calce, il bianco è lasciato alle figure coprendo il resto d'un rosa acre, e al rosa verranno presto a tenere compagnia altri colori anch'essi dati a fresco: il rosso cupo e il nero per i capelli, l'azzurro, il vermiglio S'è ottenuto così un effetto assetato e abbagliante, com'è questa natura.

Questa non è la sola novità: nel vaso è penetrato come un lievito, e il vaso si è gonfiato, s'è fatto trabocchevole di ornati in rilievo; le teste dei cavalli d'una quadriga hanno sfondato la pancia d'un orciuolo, dai fianchi d'un secondo vaso fanno capolino vispi ippocampi, dalla bocca d'un terzo escono brontolando un tritone e una tritonessa, un quarto ha addirittura la forma d'una testa femminile e due testine giovanette le sbocciano lateralmente da quattro petali che formano calice.
Insomma il Barocco più straordinario e più genuino si manifesta in questi vasi rinvenuti in un ipogeo di 22 secoli fa.

a cura di Francesco Morra
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