Cina-Europa
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Cina-Europa :mercati più vicini ed integrati

L’impatto sulle economie italiana, pugliese e BAT

L'11 dicembre 2016 è la data in cui scadranno alcune disposizioni fissate nel 2001 nel protocollo di adesione della Cina all'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), che consentirebbe al paese asiatico di acquisire lo Status di Economia di Mercato (SME) e di non essere più sottoposta a misure di difesa commerciale da parte di tutti gli altri paesi a economie di mercato aderenti all'OMC.In tal modo dovrebbero scadere anche le misure antidumping adottate dall'Unione europea nei confronti di una molteplicità di prodotti cinesi venduti sul territorio comunitario a prezzi inferiori a quelli venduti sul territorio cinese, misure tese a colmare con dazi adeguati la differenza di tali prezzi. Al riconoscimento del nuovo status per l'economia cinese si oppongono vari paesi a economia di mercato, fra cui Stati Uniti e Italia, che temono una invasione dei mercati americano ed europeo di importazioni di prodotti cinesi a basso costo. Favorevoli invece sono altri paesi, fra cui Regno Unito, Germania e Paesi nord europei, i quali ritengono che la completa liberalizzazione con la Cina favorisca l'economia europea. La questione, come si capisce, è alquanto complessa: per i suoi aspetti normativi, che potrebbero alimentare un forte contenzioso in sede OMC e nuove turbolenze sull'economia mondiale; per i suoi effettivi impatti sulle economie dei paesi occidentali non ancora ben chiari; per i suoi aspetti politici, a causa delle tensioni che sorgerebbero tra Ue e Stati Uniti, cioè fra le due maggiori economie mondiali, se non procederanno di comune accordo nell'atteggiamento da avere nei confronti della Cina, che ritiene che il riconoscimento sia un fatto automatico e ha già minacciato, in caso contrario, reazioni adeguate. Occorre poi tener presente che fra Ue e Cina sono fortemente aumentati gli investimenti diretti esteri, quelli europei in Cina e quelli cinesi nell'Ue, che potrebbero subire dei contraccolpi, così come occorre considerare che la Cina è stata di recente particolarmente attiva nelle operazioni di salvataggio dei debiti sovrani di taluni paesi europei.

I termini della questione
Il protocollo firmato dalla Cina nel 2001 per aderire all'OMC, in verità, contiene dei punti ambigui, frutto dei lunghi negoziati, che caratterizzarono tale adesione, ambiguità che ora alimentano diverse interpretazioni. Secondo Stati Uniti, molti paesi dell'Ue e altri paesi ancora, la Cina non ha completato le necessarie riforme per diventare una vera economia di mercato, ma occorre dire che in sede OMC non sono stati fissati criteri oggetti per definire cosa sia un'economia di mercato, criteri che l'OMC ha lasciato ai singoli paesi. Così, l'Unione europea ha stabilito dei propri criteri, esattamente cinque criteri, di cui solo uno oggi risulta rispettato. Associazioni industriali e Sindacati su scala europea si sono mobilitati negli ultimi mesi per spingere l'Ue ad assumere provvedimenti per prorogare l'attuale legislazione di difesa commerciale, quella adottata nel 2009 con il regolamento 1225 del Consiglio. Il grido d'allarme è stato raccolto dal Parlamento europeo che nella seduta del 12 maggio scorso ha adottato una risoluzione con cui prende posizione sulla questione, riconosce che la Cina non è oggi definibile una economia di mercato e invita la Commissione europea "a opporsi a qualsiasi concessione unilaterale alla Cina dello status di economia di mercato" e a proporre una nuova legislazione.La Commissione da parte sua ha avviato una valutazione approfondita dei possibili impatti sull'economia europea derivanti dal nuovo status della Cina di economia di mercato, convinta che le varie alternative oggi immaginabili hanno tutte un costo, anche quella di lasciare le cose come stanno. Occorre poi considerare che un certo numero di paesi ha già riconosciuto alla Cina lo status di economia di mercato, fra cui l'Australia, e altri si sono impegnati a farlo, fra cui Brasile e Argentina.

I dati sul commercio internazionale: Cina, primo esportatore mondiale
Per capire meglio i termini della questione e gli interessi economici e sociali sottostanti è opportuno dare un rapido sguardo ad alcuni dati significativi per l'evoluzione del commercio internazionale nell'ultimo quindicennio, a partire dalla fase immediatamente precedente alla adesione della Cina all'OMC. Un rapido sguardo ai dati sul commercio internazionale ci fa vedere che la Cina è diventato attualmente il principale esportatore mondiale con una quota pari al 16,5%, rispetto al 5,1% del 1999. L'Unione europea che nel 1999 risultava essere il primo esportatore mondiale con il 19% ora è scesa al 16%. Gli Stati Uniti a loro volta sono scesi dal 18% all'11,4%. Questi dati sono alla base della preoccupazione di molti paesi occidentali sul nuovo status di economia di mercato della Cina. Occorre però considerare che la Cina ha accresciuto il suo peso anche sul versante delle importazioni, passando dal 4,1% nel 1999 al 13,5% attuale, ragione per cui la gran parte se non tutti i paesi occidentali industrializzati hanno beneficiato di questa maggiore apertura della Cina ai prodotti provenienti dal resto del mondo.

L'interscambio Ue-Cina
L'interscambio della Ue con la Cina, riferito alla sola Zona Euro, è cresciuto enormemente fra il 1999 e il 2015, passando complessivamente (importazioni più esportazioni) da 53 a 379 miliardi di euro a prezzi correnti. Il saldo commerciale per l'UE è stato negativo per tutto il periodo, ma se consideriamo il saldo normalizzato, cioè il saldo rapportato al totale interscambio (importazioni più esportazioni), che rappresenta un indicatore di competitività, possiamo vedere che il suo valore passa da -40,7 nel 1999, cioè prima dell'ingresso della Cina nell'OMC, a -30,8 nel 2015. Il rapporto resta sempre a favore della Cina, ma emerge una tendenza di fondo al recupero da parte della UE, un dato questo che in qualche modo va a favore della tesi dei paesi che sostengono una immediata liberalizzazione degli scambi fra UE e Cina. Di diverso segno è la posizione dell'Ue nei confronti degli Stati Uniti. La sola Zona Euro infatti ha visto migliorare la sua posizione competitiva rispetto agli USA fra il 1999 e il 2015: la bilancia commerciale per la Zona Euro è stata stabilmente in surplus per tutto il periodo e il saldo normalizzato è passato da +8,3 nel 1999 a +21,2 nel 2015.

L'interscambio Italia-Cina
Guardando la posizione dell'interscambio commerciale dell'Italia con la Cina notiamo che la crescita delle importazioni italiane dal paese asiatico fra il 1999 e il 2015 è stata più forte rispetto a quella delle esportazioni (+854% rispetto a +460%). Nel 2015 il deficit della bilancia commerciale italiana nei confronti della Cina è stato pari a circa 18 miliardi di euro. Il saldo normalizzato del commercio estero italiano con la Cina è peggiorato fra il 1999 e il 2015, passando da -18,5 a -46. L'Italia è dunque fra i paesi europei che ha maggiormente subito l'ingresso della Cina nell'OMC, ragion per cui è tra i maggiori sostenitori del non riconoscimento immediato dello status di economia di mercato al paese asiatico. Anche qui, però, dobbiamo rilevare che negli anni più recenti qualcosa è andato migliorando: il saldo normalizzato del commercio estero italiano verso la Cina che nel 2008 aveva raggiunto il suo minimo (-57,2) ha mostrato una tendenza al miglioramento collocandosi nel 2015, come abbiamo già detto, a -46. Per altro fra il 2013 e il 2014 si è attestato su -40 e -41. Per quanto la posizione dell'Italia rispetto alla Cina resti critica sembra che qualcosa si stia muovendo in direzione di una capacità di recupero competitivo del commercio estero italiano verso la Cina. In effetti, analizzando l'interscambio italo-cinese nella sua articolazione settoriale, notiamo che alcuni settori hanno migliorato la loro capacità competitiva, registrando nel 2015 valori positivi del saldo normalizzato, rispetto a valori negativi nel 1995 e nel 2005, cioè prima e dopo l'ingresso della Cina nell'OMC. E' il caso dei settori dell'estrazione dei minerali, del farmaceutico, dei prodotti alimentari. A questi occorre aggiungere il settore dei trasporti e dei macchinari ed apparecchi non altrimenti classificati. Per quanto ancora in una posizione critica, segnali di miglioramento registrano anche i settori del legno e carta, del tessile e abbigliamento, del coke e prodotti petroliferi raffinati, dell'agricoltura, della gomma e materie plastiche. Segnali di peggioramento competitivo si registrano invece per i settori della chimica, dei metalli, degli apparecchi elettrici, dei computer, apparecchi elettronici e ottici.

L'interscambio della Puglia e della BAT con la Cina
Passando ad esaminare i dati dell'interscambio pugliese con la Cina possiamo fare più o meno le stesse valutazioni fatte per l'Italia. La bilancia commerciale pugliese con la Cina è rimasta sostanzialmente in deficit per tutto il periodo esaminato, dal 1995 al 2015, evidenziando in tal modo che la posizione di deficit commerciale della Puglia nei confronti della Cina risale a ben prima dell'ingresso del paese asiatico nell'OMC e che dopo tale ingresso il saldo normalizzato dell'interscambio Puglia-Cina, pur rimanendo negativo, è sensibilmente migliorato, passando da -80,5 a -44,2. La Puglia, insomma, mostra di avere le potenzialità per poter recuperare posizioni competitive nei confronti del drago cinese. In effetti, se guardiamo ai dati settoriali, notiamo che la Puglia ha capovolto la situazione a suo favore in settori quali quelli del coke e prodotti petroliferi, del farmaceutico, dei prodotti estrattivi, della chimica, dei prodotti alimentari. Resta negativa la posizione competitiva, pur con un certo miglioramento nel settore dei computer, apparecchi elettronici e ottici. Critica con trend negativi è la posizione degli altri settori, in particolare quella relativa ai prodotti metallurgici, ai mezzi di trasporto, ai prodotti della moda, ai prodotti agricoli, ai prodotti degli apparecchi elettrici, ai prodotti del legno e della carta. In questo contesto regionale in evoluzione, anche la BAT gioca il suo ruolo, per quanto limitato, in considerazione dei suoi piccoli numeri. Nell'ultimo quinquennio, per cui abbiamo disponibilità di dati, la BAT ha registrato un permanente deficit commerciale con la Cina, ma è netto un certo miglioramento competitivo, come testimonia il saldo normalizzato passato da -93,6 nel 2010 a -73,7 nel 2015, dopo aver toccato -62,3 nel -62,3 nel 2013 e -63,5 nel 2014. Anche per la BAT vale la considerazione che occorre guardare ai singoli settori e qui scopriamo che il deficit commerciale è dovuto prevalentemente al settore moda, in cui le esportazioni sono praticamente inesistenti. Il recupero competitivo è tutto giocato sul settore dell'estrazione, che tra il 2010 e il 2015 ha registrato una crescita significativa.

Quali conseguenze dal riconoscimento dello status di economia di mercato della Cina?
Alcuni studi circolati nei mesi scorsi, in particolare quello dell'associazione degli industriali europea Aegis, hanno delineato uno scenario apocalittico, con la perdita di diversi milioni di posti di lavoro e una caduta significativa del PIL europeo. E' questa una preoccupazione non condivisa dalla Commissione europea, che recentemente per bocca del Commissario al Commercio Cecilia Malmstrӧm, ha parlato di un possibile impatto limitato fra 73 mila e 188 mila posti di lavoro, su tre milioni di posti di lavoro concentrati in settori legati al mercato cinese. Si tratta di un impatto concentrato in Italia, Germania, Spagna, Francia, Portogallo e Polonia, in settori oggi coperti da misure anti-dumping, cioè misure per combattere la concorrenza sleale cinese. Il Commissario Malmstrӧm ha sottolineato l'interesse sia dell'Ue che della Cina a consolidare un rapporto attualmente importante in termini commerciali, considerato che in termini di esportazioni la Cina rappresenta, dopo gli Stati Uniti, il secondo partner commerciale dell'Ue e per la Cina l'Ue rappresenta, sempre in termini di esportazioni, il primo partner commerciale. Occorre in effetti considerare che, sia per le regole imposte dall'adesione all'OMC che per il rallentamento della crescita mondiale dopo la grave crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, la Cina sta cambiando il suo modello di sviluppo economico tutto incentrato sulla crescita delle esportazioni sovvenzionate dal governo a favore di un modello più centrato sulla crescita della domanda interna (consumi e investimenti) che conseguentemente favorisce un maggior afflusso di importazioni, come mostra per altro la forte crescita dell'import cinese nell'ultimo quindicennio.Questa evoluzione strategica del modello di sviluppo cinese ovviamente tende a demolire la tesi di chi vuole ostacolare il riconoscimento immediato dello status di economia di mercato. Comunque, un quadro più chiaro sui costi e benefici per l'economia europea e dei singoli paesi lo avremo quando la Commissione europea avrà terminato il lavoro di valutazione in corso e proporrà le eventuali misure che dovrebbero sostituire quelle in scadenza l'11 dicembre. Quello che si prospetta per l'Italia, la Puglia e la BAT è la necessità di accelerare il processo di adeguamento della propria specializzazione produttiva al nuovo scenario dell'economia mondiale, sempre più globalizzata, sempre più caratterizzata dalla presenza di nuovi paesi, che rappresentano nuove economie che portano nuovi problemi competitivi sulla scena internazionale, ma anche nuove opportunità di mercato per le tradizionali economie avanzate occidentali. Il riconoscimento dello status di economia di mercato da parte della Ue alla Cina potrebbe anche essere rinviato o ancorato a una nuova normativa dopo l'11 dicembre, ma questo nulla toglie a una prospettiva futura da tempo segnata.

Emmanuele Daluiso- Vice Presidente Euro*IDEES-Bruxelles
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