San Marco in Lamis Joje je gnenzante Ognissanti festa dei morti
San Marco in Lamis Joje je gnenzante Ognissanti festa dei morti
Stilus Magistri

Sera di Ognissanti nel Gargano

La questua d’Ognenzànte a San Marco in Lamis

Nella sera di Ognissanti riviviamo la tradizione popolare dei bambini che bussano alla porta di parenti e amici, chiedendo un dono, un dolcetto, rappresentando la visita delle anime dei morti. Il proverbio dialettale canosino così evoca "l'àneme de li mùrte / annèuve ca pùrte" (a sera dell'anima dei Morti, adduci e porta). Sulle vie dei sentieri della cultura popolare del goggiano e del Gargano, cui apparteniamo nelle radici storiche della Daunia e della Capitanata abbiamo incontrato la testimonianza di Anna Piano di San Marco in Lamis. Negli anni scorsi sono giunti gli zampognari da San Marco in Lamis a Canosa. Lei ha conseguito il Magistero in Scienze Teologiche e la Laurea in Giurisprudenza, coltivando la passione per la poesia, l'arte pittorica, e le tradizioni dialettali. La passione e l'amore per il Gargano, territorio a cui appartiene, ha portato Anna Piano ad una maggiore cura delle poesie dialettali, mezzo utile a declamare le bellezze e le tradizioni della terra nativa. E' stato scritto in una recensione: "Esalta luoghi e tradizioni ed evidenzia modi e vissuto di un recente passato, con toni sagaci ed amabili al tempo stesso."

Nel contattarla Anna Piano scrive a Canosa.
Porto la testimonianza di una antica tradizione del mio paese, Ognenzante di San Marco in Lamis, paese del Gargano. Esso è locato nella Valle lo Starale, sotto Monte Celano ed al Convento di San Matteo. Le nostre tradizioni ed usanze erano molto legate ai tempi della Chiesa, alla religiosità cattolica. Ella impregnava di senso il nostro vivere l'anno. Il primo di novembre, giorno di Tutti i Santi, i bambini si riunivano per strada, come era solito fare nei giorni di festa. Quello, però, era speciale. Dovevamo fare il giro delle case per chiedere un dono per l'anima dei morti. Era una vera e propria missione festosa. Senza indugio e perdita di tempo si iniziava da quella più vicina per poi proseguire dalle zie, dalle nonne, senza allontanarsi. Il gruppo si componeva di bambini cui era solito giocare insieme, andare alla stessa Santa Messa, alla stessa scuola, insomma si era affiatati. Dopo aver bussato, ancor prima che la padrona di casa aprisse la porta dell'uscio, si intonava questa antica filastrocca:

Gnenzànte

Joje jè Gnenzànte e tutte lu sapìme
e dacce dua fecurarine (fichi d'india),
e dacce dua fecurarine.
Se ce la da dàje, dàcceli mòje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.
La via lu vosche jè tropp' allogne
e dàcce dua melechetogne,
e dàcce dua melechetogne.
Se ce la da dàje, dàcceli mòje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.
La via lu Calvarùs jè chiena de spine
e dacce dua fecurarine,
e dacc dua fecurarine.
Se ce la da daje, dàcceli moje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.
La via lu Campesante jè mure, mure
e dacce dua raspe d'uva,
e dacce dua raspe d'uva.
Se ce la da daje, dàcceli moje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.
Lu pède la vacca fa plicche e placche
e jàmece accatà Vacche Vacche,
e jàmece accattà Vacche Vacche.
Se ce la da daje, dàcceli moje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.
L'ànema li morte nua la vulime,
inde la vesaccia la mettìme,
inde la vesaccia la mettìme.
Se ce la da daje, dàccela moje,
non ce facènne spandecà,
non ce facènne spandecà.

Oggi come allora, i bambini tengono in vita questa tradizione. I giovani ancora di più. Nel pomeriggio, prima di imbrunire, vestiti con abiti semplici, trovati nei bauli dei nonni, come: una cappa in panno di lana, un cappellaccio a falde larghe, bisaccia di pelle di pecora o tessuto logoro, in compagnia di un mite e paziente asinello addobbato di pennacchi colorati, accompagnati con chitarra e fisarmonica, girano per negozi e bar a cercare doni più sostanziosi, preludio di una nottata lussuriosa. Di solito, non si riusciva a cantare tutte le strofe. Infatti, le signore, ben presto, andavano in dispensa o nella vetrinetta per scegliere qualcosa da donare, quello che avevano a disposizione: un frutto, delle caramelle, delle noci, castagne, fichi secchi. Si raccoglieva tutto in un sacchetto o borsa di tessuto. A fine giornata si organizzava una cenetta o si divideva il raccolto. Si viveva la ricorrenza di Tutti i Santi e dei Defunti nel clima festoso, del dono che veniva da lontano. Niente incuteva timore, al contrario ci si avvicinava ai propri cari, alla gente del quartiere, agli amichetti. Si stava insieme, si condivideva. Questo era importante. La comunità si identificava nella tradizione, fonte di gioia e felicità.

Anna Piano di San Marco in Lamis

Annotazioni
"Calvarùs" è la piana ai pedi del Gargano con piante di fichi d'India e deriva nel lessico dal latino "càlidus".
"Spandecà". Il vocabolo della filastrocca "spandecà" si ritrova nel dialetto canosino, "pandechè", dal napoletano "panticare", attendere con ansia, come viene raccontato nel libro di Dialettologia "Sulle vie dei ciottoli del dialetto canosino"
"L'ànema li morte nua la vulime" (l'anima dei morti, noi la vogliamo)
La comune radice culturale con il Gargano ed il Foggiano con Canosa rappresenta i doni che portavano i morti nella sera di Ognissanti visitando le case, da noi raccolti nella calzetta. I Morti, anime del Purgatorio, procedevano poi in processione fino alla "Pasqua Epifania" del 6 Gennaio, com mi raccontava anche la buonanima di mia madre, Rosa Matraqpaqua. Come ci riferisce anche Grazia Galante da San Marco in Lamis, la tradizione rivive a San Marco in Lamis, condivisa dal Comune della Scuola, con offerte raccolte e devolute poi alla Caritas. Un esempio da seguire nella nostra terra.
Ricerche storiche a cura del maestro Peppino Di Nunno (stilus magistri)
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