Stilus Magistri

Parliamo in dialetto, …ma non scriviamo le parole mute!

A cura del maestro Peppino Di Nunno

Scrivere il dialetto è un compito arduo, poiché questo linguaggio è stato tramandato oralmente.
Ma è l'aspetto fonetico a richiedere fonemi non presenti fra le vocali dell'Italiano. Avviene quindi in alcuni ambienti culturali a Canosa, di scrivere il dialetto muto con le sole consonanti omettendo fonemi come la e oppure la ö: si tratta di utilizzare segni sulle vocali, ma "l'ùmene non può scriversi u m'n'.
Se cancelliamo il fonema "ë", quasi muto, ma esistente, leggeremmo le consonanti mute.
Savino Losmargiasso ha seguito una scuola di formazione e utilizza un sistema fonetico appropriato, che seguo anch'io, facilitando peraltro anche la lettura. Il suo glossario pubblicato può essere una fonte attendibile di scrittura.
Purtroppo capita di leggere parole mute con il segno dell'elisione al posto del fonema ë, corrispondente al dittongo eu francese e al suono della e chiusa.
Accanto alla distorta italianizzazione del dialetto, diffusa da qualche decennio, con approssimazione linguistica, senza riferimenti a persone, ricorre questa improvvisazione di non trascrivere la ë chiusa: il dialetto è una cosa seria e lo dico a me stesso!
Non esistendo un dizionario scientifico del dialetto canosino, etimologico dal greco e soprattutto dal latino, occorre riferirsi alla scrittura di dizionari autorevoli del nostro territorio per sostenere la tesi suddetta.


Bisogna premettere che il nostro dialetto canosino, fonologicamente, come sostiene il prof. Thomas Sthel, è di tipo napoletano; questo serve a comparare foneticamente il dialetto napoletano, apulo-lucano, che usa trascrivere la e muta.
L'Accademia della lingua barese di Alfredo Giovine pone in proposito il problema della "importanza della vocale e in posizione tonica e atona" sostenendo quanto segue.
"Tutte le altre e non accentate che fanno parte di un vocabolo hanno suono indistinto, semimute, come la e muta francese e non può essere non trascritta perché sonorizza la consonante cui è connessa, la sua omissione (nel corpo o in fine parola), comporterebbe una grafia illeggibile: frmmnànd invece di fremmenànde – fiammifero; dsctàmc invece di descetàmece – svegliamoci.
Lo stesso dicasi se la e semimuta venga sostituita con un apostrofo ('), (fr'mm'nànd' – d'sc'tàm'c' – b'n'd'cèv'n'), rendendo la lettura veramente ostica".
I colleghi insegnanti di Scuola, cui indirizzo un saluto di stima, conoscono bene la maturazione della fonetica del bambino ed il ruolo del suono delle vocali nella lettura e nella scrittura.
Il metodo comparativo ci porta anche a sfogliare autorevoli dizionari del dialetto del nostro territorio della Daunia, che non omettono la e chiusa, sia nel corpo della parola sia alla fine.
Invito a visitare il sito "parla manfredoniano", di un dialetto affine al nostro anche culturalmente: riscontriamo la scrittura della e in oggetto.
Anche l'autorevole dizionario del dialetto cerignolano del prof. Luciano Antonellis, deceduto di recente, nella trascrizione fonetica riporta la e chiusa.
Ma anche nel dizionario autorevole e scientifico del dialetto calabro-lucano del prof. Ferdinando Parternostro, il suono della e chiusa viene trascritto.
Anche sfogliando le poesie del nostro territorio, del Natale nel barese o il Calendario 2008 della Scuola Media San Giovanni Bosco di Sant'Eramo in Colle, ritroviamo scritta la e chiusa come nelle frittelle (le péttele) della fanòve delle feste che precedono il Natale.
Omettere la e finale, comporta la trasformazione di parole canosine in parole venete, che spesso terminano con la consonante.
Con viva preoccupazione, ma con invito rigoroso scientifico, parliamo in dialetto, ma non scriviamo le parole mute!


Allego la foto di mio padre di ritorno dalla campagna in inverno:

Ó turnète attàneme tutte sdrenète,
ò turnète da fore e mu s'ossettète,
jind'a chèse cu frascìre appeccète,
jind'a stu suttène addà so nète.
Né maròte mòje, disse na megghière,
quésse jà la storie de nu fatte ovère,
né maròte mòje, trìdece mòse l'anne.
Il detto si riferisce ad una storia raccontata a significare l'amore di una moglie per il marito che tornava dai campi in estate. I compagni di lavoro erano increduli dell'amore della donna, ma l'uomo fece una "scommessa" in campagna, dicendo che al ritorno avrebbe chiesto alla moglie di accendere il braciere, avvertendo freddo… è così avvenne.
Che il nostro cuore sia acceso d'affetto tredici mesi l'anno!


maestro Peppino Di Nunno (la pénne du maéstre)
Padre di Peppino Di Nunno
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