Stilus Magistri

Le uova in “camicia” della notte di Pasqua

È festa e tempo di “cammarare”!

Il saggio letterario "Sulle vie dei ciottoli del dialetto canosino", di Giuseppe Di Nunno, tra le filastrocche in dialetto propone i versi con cui si chiedevano in giro per il paese le uova, bussando a parenti e amici nella notte di Pasqua:
Jàlze, jàlze, za cummère,
mitte d'òve jind'o panère,
la Quaréseme ò passète
e jò vògghie cammarà.

Jàlzete all'angammòse
dàmme d'ove ca m'à premmòse,
nan me ne vache, nan me move
e ce nan me dè d'ove,
nan me ne vache da stu pizze
se nan me dè la salezizze,
nan me ne vache da stu lète
se nan me dè la suppressète!

Alzati, alzati, zia commare,
metti le uova nel paniere,
la Quaresima è passata

e io voglio cammarare.
Alzati con la camicia da notte,
dammi le uova che mi hai promesso.
Non me ne vado, non mi muovo
se non mi dai le uova,
non me ne vado da questo punto
se non mi dai la salsiccia,
non me ne vado da questo lato
se non mi dai la soppressata.

Infatti le uova sode e la soppressata con le olive facevano parte dell'antipasto del giorno di Pasqua, chiamato "u benedìtte", piatto che veniva benedetto dal capofamiglia con un ramo d'ulivo o un fiore di primavera, come la viola, prima del pranzo di Pasqua. Ritroviamo questa tradizione tra sacro e sapori di festa nel territorio della Capitanata, come in altre ricorrenti tradizioni popolari. Abbiamo studiato con una certa complessità l'etimologia della parola "cammarà" che abbiamo ritrovato nel dialetto napoletano con il significato di "magiare grasso" dopo il periodo della Quaresima, che prescriveva astinenza e digiuno. La ricerca linguistica approda al Vocabolario delle parole del dialetto napoletano degli Accademici Filopatridi di Napoli del MDCCLXXXIX (1789), che nell'introduzione, evocando Cicerone (de Orat. Lib I), intende, come facciamo ora e come abbiamo fatto nel Saggio letterario del dialetto canosino, dire il significato di ciò che parliamo fra di noi e di ciò che esprimiamo dicendo: "quod colloquimur inter nos et quod exprimere dicendo sensa valemus".

Cammarare: "mangiare di grascio", che si attribuisce in maniera appropriata alla festa di Pasqua dopo il periodo di astinenza della Quaresima e del digiuno del Venerdì Santo. Ma nel canto notturno della notte di Pasqua si invitava la zia commare ad alzarsi, mentre indossava la camicia da notte, "all'angammόse". E nel Vocabolario napoletano di fine Ottocento leggiamo il lemma "cammisa", che ritroviamo in francese, "chemise de nuit" e in spagnolo "camisòn de dormir".

Cammisa: notissima prima nostra covertura di tela del corpo a carne nuda, prima a nascondere il corpo. Dall'Arabo chamoiz e dal greco ϗαμισον, da cui nasce anche il soprannome di "Camise" al dio Saturno. Ne deriva anche il termine "cammeso", notissima vesta sacra, Camice, che ritroviamo ancora oggi nei paramenti sacri del Sacerdote.

Camminiamo virtualmente per le strade della notte di Pasqua, immaginando la signora che si alza con la camicia da notte per offririci le uova, ma poi realmente ci sediamo a tavola per mangiare "u beneditte" di Pasqua, gustando l'uovo sodo e la soppressata, ma attenti a non esagerae a "cammarare" dopo la Quaresima, perchè non si usa più l'astinenza o il digiuno. Mangiamo quindi senza abbuffarci e mangiare grascio, ma mangiamo in compagnia e con buon appetito.

Buona Pasqua e Buona Pasquetta a tavola!

maestro Peppino Di Nunno
Nella riproduzione citare le fonti della ricerca.
U beneditte di PasquaUova di PasquaFiori di Pasqua
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