Stilus Magistri

Dalle pietre antenate di tufo a quelle pregevoli di Palazzo Mariano

Storia di famiglia di un progresso imprenditoriale.

Nell'estate del 2014, partecipando a due matrimoni di famiglia presso la "Sala Impero" dello Smeraldo-Ricevimenti a Canosa, ho vissuto con emozione l'incontro di mia madre Rosetta Mastrapasqua, novantenne, nonna dei nipoti sposi, con Mario Papagna, artefice dello Smeraldo e a noi noto come "Mariolino", un bambino che si è fatto vegliardo con i suoi 86 anni. Ho visto e ascoltato la testimonianza di una generazione del '900, di due famiglie cresciute accanto nella "Via della Passione", in via Oberdan, al civico n. 6 dei miei nonni materni Peppino e Rosinella e al civico n. 10 di Mario Papagna. Anch'io conservo dei ricordi personali su questo ampio marciapiede, dove mi recavo spesso da ragazzo fino all'età di maestro degli anni '70 e '80. Intravedendo così un cammino di storia di paese della famiglia Papagna, dalla viva voce di mia madre, ho raccolto appunti sulla figura lavorativa del caro "Mariolino", che in seguito ho intervistato. Ora scrivo questa ricerca, dopo aver letto in casa dell'amico di condominio, Ignazio, nella rivista "Oltre, eccellenze del territorio", l'inaugurazione del Palazzo Mariano, ad opera dei figli dottor Luciano Pio Papagna e dottoressa Tina Papagna. Suo nonno, "ze' Luciène Papagna", nato nel 1893, era "cavatufi", figlio di Mariano Papagna del 1869, anche lui "cavatufi", in un secolo che ha visto scavare col piccone la pietra tufacea di quelle cento "grotte", che ho studiato ed esplorato da consigliere comunale nel 1983-85, relatando al Ministero della Protezione Civile col sindaco Rizzi, componendo in dialetto il vissuto da ragazzo nella poesia "abbàsce a la gròtte" e dichiarando in consiglio comunale: "non siamo figli solo di contadini, ma anche di tufaroli".

Il vegliardo Mario Papagna, ci evoca la figura di suo nonno Mariano, con il sigaro, nelle cave di "Trentadue" e col piccone giù nelle grotte, col suo vissuto al tempo dei "cavamonti": "quand'ero bambino, mi recavo alle cave, da mio padre, presso le Fornaci di Costantinopoli"; poi la sua parola si posa, si oscura, si racchiude nell'affetto materno: "avevo due anni quando morì mia madre Nunzia Sardella". Infatti mia madre Rosetta mi racconta di Mariolino: "erano senza mamma", apprezzando ancor più il lavoro ed il progresso di un lavoratore orfano di madre. Suo cognato, "don Eugenio", comprò un camion e Mariolino lavorò da "autista", da "camionista", trasportando la breccia (u vrìcce) del fiume Ofanto, "a carescè li vrìcce a li fabbrecatéure", a trasportare i prodotti agricoli della nostra terra, l'uva, le olive e il grano in tempo di mietitura, "a carrè le grégne", come scrivo nel saggio letterario sul dialetto canosino in fase di compimento, in quella lingua che porta la dignità del laborioso popolo canosino del '900 ed è scrigno educativo di cultura. La moglie del cognato Eugenio, la gentilissima Anna, oggi novantenne, ebbe cura del ragazzo Mariolino.

Ma la storia continua e si fa progresso su due camion e poi nel corso San Sabino all'angolo dei tre lampioni (a li tre lambìre) di Piazza San Sabino, dove si fa "Bar Mariolino", dove lavora tutta la famiglia e 'apparecchia' i pranzi per i matrimoni che si svolgevano, come attesta lo stesso signor Mario, nella Sala Dell'Olio e Gardenia. Da questi sapori nasce la grande opera dello Smeraldo-Ricevimenti, sull'altura di Canosa, che oggi accoglie in festa da tutto il territorio e dove il signor Mario si fa "esercente ristorante", educando a questo cammino anche i figli Tina, Lalla e Luciano Pio Papagna. Incontriamo il vegliardo Mario all'ingresso dello Smeraldo, nella sua cordiale, semplice e sincera comunicativa di sempre, che traspira in tutta la famiglia e nei figli; nei suoi 86 anni gli chiediamo un giudizio tra passato e presente, e Lui ci risponde in un battito di ciglia, accennando con un sorriso: "sto ancora dentro e in piedi!".

Ma la storia continua e si fa progresso di famiglia, in quattro generazioni e progresso di lavoro per Canosa, con i figli dottoressa Tina, signora Lalla e dottor Luciano Papagna, che diventano validi "imprenditori", sostenendo anche opere socialmente utili, nelle radici della cultura e della spiritualità cristiana. Infatti come ricercatore storico, sono stato a fianco dell'umanità del dottor Luciano, l'8 Agosto 2010, nel Comune e nella Chiesa Madre di Montemilone, dopo il rinvenimento delle reliquie ex ossibus di San Sabino, con il simulacro offerto e donato dalla Famiglia Papagna, con la presenza di don Felice Bacco, custode sabiniano. Dalle mani dei suoi antenati, nascevano le pietre dei conci di tufo, con cui si edificavano le case di Canosa e del territorio; dalle mani del dottor Luciano Papagna e della dottoressa Tina Papagna sono nate le pietre che hanno edificato il Palazzo Mariano, prestigioso e polifunzionale di servizi socialmente utili.

Mi recavo a volte, da maestro con gli alunni della Scuola Elementare di via Santa Lucia, su quella collina, denominata dei Santi Angeli (in dialetto, séuse a sant'Ángele), per insegnare geografia con i bambini, dall'altura di una delle storiche sette colline di Canosa, da cui lo sguardo si staglia e si proietta verso il Vulture, sulla piana dell'Ofanto, verso il Gargano. Anche dalle mani della gentilissima sua sorella, signora Lalla, nascono opere come la pietra di piazza Badia San Quirico, come il servizio nell'azienda e nel volontariato di Chiesa; siamo scesi insieme in comunità nel Natale scorso giù nella grotta di un palazzo gentilizio, dove la grotta permanente della Natività francescana si innesta in un piccolo museo di tufo contadino. Canosa ha bisogno di opere, che camminano sui passi degli uomini, che edificano e promuovono nel patrimonio comune. Accanto a nonno Mario Papagna, ora c'è anche il nipotino Mario: storia di cinque generazioni dall'800 al 2000, cui dedico, come mi è costume da maestro, una rima:

"Papagna, nel nome del trisavolo Mariano, porge sempre una bella mano!".

Da casa mia ammirando a Natale la stella imponente delle luminarie di Palazzo Mariano, pensavo a quella locuzione popolare dialettale di mia nonna cresciuta sulla Via della Passione; pensavo a quella locuzione dialettale evocata anche nella Scuola Primaria Enzo De Muro Lomanto, che presentava la Lavagna Luminosa Interattiva (L. I. M.): "vulève jalzè la chèpe la bonàneme d'attàneme" (se levasse il capo la buonanima di mio padre!).

Caro Luciano Papagna, "se levasse il capo la buonanima" di "ze' Luciéne", tuo nonno e del tuo bisnonno Mariano, ambedue cavatufi e cavamonti, vedrebbero con meraviglia il progresso di pietre di tufi, che sono diventate pietre pregevoli, sulla collina di Palazzo Mariano a Canosa di Puglia(BT). Leggendo il romanzo "Famiglie" del canosino Vittorio Schiraldi, che racconta la famiglia del Salatore nella prima metà del '900 a Canosa, possiamo proseguire nel 2000, scrivendo la storia della Famiglia Mariano Papagna e la bellezza di altre famiglie della "terra natia e delle sue genti laboriose, sobrie e dal cuore ardente", come scrive sotto i vasi antichi canosini, il pittore Luigi Buonvino, nel Luglio del 1955, da me evocato nel Calendario 2007 del Campanile della Cattedrale di San Sabino. In queste famiglie ognuno ritrova la sua famiglia, la sua esperienza, la memoria collettiva dei padri e del paese.

Auguri alla famiglia Papagna e buon lavoro per il paese!
Ob amorem patriae
maestro Peppino Di Nunno
Palazzo MarianoMario e Luciano Pio Papagna
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