Stilus Magistri

Dalle carte dotali del ‘500 alla - cunzégne - in dialetto dei nostri nonni

Il corredo della zita nel ‘900

La pubblicazione delle Carte dotali del '500, custodite nell'Archivio Prevostale della Cattedrale San Sabino, studiate e presentate nel libro di mons. Felice Bacco, costituiscono un nuovo tassello di storia e di cultura delle nostre radici laiche e cristiane.

· La tesi del Dottorato in Teologia morale di mons. Felice Bacco
Esprimiamo il vivo apprezzamento all'insigne figlio sabiniano Dottor don Felice, per la sua competenza di studioso, per la sua passione profusa tra numerosi impegni dal ministero sacerdotale alle funzioni sociali nel suo servizio alla comunità, per il traguardo del Doctoratum in Theologia morali presso l'Accademia Alfonsiana di Roma.
Gli studi degli "excerpta ex dissertatione" (gli scritti della dissertazione), già presentati egregiamente da Bartolo Carbone, ci portano a riscoprire la concezione laica e teologica del matrimonio con i beni dotali del patrimonio familiare, con i beni trasmessi alla sposa.
Già questi due termini nell'etimologia latina esprimono un concetto di patrimonio legato alla figura maschile (patris munus), ed un concetto di matrimonio (matris munus) legato alla figura femminile, alla sposa e alla funzione della procreazione dei figli.

Il suggello del Diritto Civile ed Ecclesiastico
Era il tempo, come scrive don Felice Bacco, in cui la dote non era solo un dono, ma un vero "contratto" tra le due famiglie scritto sulle Carte dotali, con un atto notarile attestato dalla presenza di un notaio ed ecclesiastico, competenti e "dottori nei due diritti".
Troviamo spesso nell'epoca, come nella lapide del Syndicus, oggetto della mia riscoperta nella salita del rione Castello a Canosa, come nella figura del Prevosto Forges Davanzati in Archivio, l'acronimo V.I.D. (Utriusque Iuris Doctus), ad indicare Il Dottorato nell'uno e nell'altro diritto, nel Diritto Civile ed Ecclesiastico, nel legame tra Civitas ed Ecclesia. In fondo ancora oggi il sacerdote cita il Diritto Civile nella funzione religiosa del matrimonio in Chiesa.

La dote e il Matrimonio
Era il tempo in cui, come riporta don Felice, si rispettava un principio sociale dell'Alto Medioevo per le famiglie benestanti per il quale, "Nullum sine dote fiat coniugium" (Nessuna unione coniugale avvenga senza dote).
"Appare chiaro - come scrive don Felice Bacco - che le Carte dotali in nostro possesso non sono relative a matrimoni di persone umilissime, cioè della maggior parte di quelle che componevano la società". Le donne comuni, non tutte potevano vantare Carte Dotali " e molte ragazze non disponevano nemmeno del minimo indispensabile per convolare a nozze".
Il contratto delle carte dotali costituiva un impegno giuridico e affettivo degli "sponsalia" prima delle nozze, nella consuetudine millenaria, fino alla "promessa di matrimonio" nella cultura del '900. La dote era un impegno per il vincolo matrimoniale, un valore nella sua continuità.
Nel portale di www.canosaweb.it in data 12.10.2007 abbiamo pubblicato una mia ricerca dal tema: "U spusalìzie: dal vernacolo al latino, la storia di 18 secoli de li zòite e li spunzèle".

Dalle carte dotali del '500 alla dote del corredo del '900
"Nella condivisione della ricerca" vogliamo sviluppare un viaggio nel tempo nel '900 dove tutte le ragazze potevano però vantare una dote nel corredo; studieremo le usanze in dialetto che la mia stessa generazione di sessantenne ha vissuto e visto ed ascoltato in dialetto, quando nel 1950 solo il 18% della popolazione parlava in Italiano.
Quel contratto giuridico delle carte dotali (de jure dotium) resta e si trasforma in usanza popolare, l'usanza della dote del corredo, che fino agli anni 60 del '900, si esponeva in bella mostra nella casa della sposa, della figlia femmina.
Infatti quando nasceva una figlia femmina, si diceva che "la fémene jà na cambièle", perché "la fémene oda jénghie quatte paròte", per contenere nelle quattro pareti di una stanza il corredo della dote.
La nascita della figlia femmina era quindi una preoccupazione per il padre, come scrive lo stesso Dante Alighieri nel XV canto del Paradiso della Divina Commedia: "Non faceva, nascendo, ancor paura / La figlia al padre, chè il tempo e la dote / Non fuggian quinci e quindi la misura" (vv. 103-105).
Nel nostro territorio ci si rivolgeva anche ai Santi invocando "San Rocco, che pensa pure alla dote" o confidando nella "dote di San Nicola" alle tre fanciulle povere.
Nel diritto di famiglia il principio giuridico della dote sarà definitivamente soppresso nel 1975 con la legge n. 151, ma ho conosciuto madri non abbienti, che con molti sacrifici nel corso degli anni fino alla fine del '900 hanno assicurato la dote del corredo alla figlia femmina.

· La cunzégne a la zöte
Circa quindi giorni prima del matrimonio avveniva la "consegna" con l'esposizione del corredo della sposa, come ci riferisce nonna Rosetta Massa. Era un rituale, una festa cui si invitavano la famiglia dello sposo, i familiari e i vicini di strada.
Ho vissuto personalmente queste feste del corredo, che in alcune città riportavano anche un corteo fino alla casa della sposa, dove le "quattro pareti" mettevano in mostra il corredo della dote, con "robbe a seje, a jotte, a dice" a seconda del numero dei capi.
Don Felice annota che questa numerazione dotale figurava anche nelle carte dotali dell'Archivio prevostale di Canosa e che nel dialetto di Andria si diceva "panne a seje, panne a jotte, panne a dice".
I visitatori della mostra lanciavano in segno augurale confetti piccoli a forma di fagiolo, i confetti de Selemòne, mentre nella stanza arredata a festa venivano esposte lenzuola, coperte, servizi da tavola, tovaglie.

· La linguistica, dai beni dotali della zita del 500 al corredo della zöte del '900: dalle "scuffie per la zita" alla grattachèse.
E' molto interessante accostare gli elenchi dei beni delle carte dotali del 500 al corredo della sposa nel dialetto del 900, in una lettura culturale e.linguistica. Molti beni corrispondono, entrando nella stanza adorna del 900, dove vediamo le "mappòne" e tre giralìtte (fasce di merletto da porre intorno alle spalliere del letto), taccatòne, fazzoletti, piatti, bicchieri e posate; vestiti dall'intimo in poi per i giorni feriali e festivi, tovaglie e asciugamani di lino di fiandra.
E c'era anche "le ddàure", l'oro dei gioielli con orecchini e anelli, riuscendo anche a donare "u cuncìrte de dàure", cioè il completo dei gioielli, che nelle nostre usanze recenti viene chiamato in francese "la parure".
E se nelle carte dotali c'era "un saccone nuovo", nel dialetto del 900 c'era "u saccàune", contenitore per porre paglia o crine vegetale situato sotto il materasso.
E se nelle carte dotali c'erano "sei mesteture di filo bianco", nella dote del 900 erano esposte "sei mestetéure", cioè le federe dei cuscini..
E come nelle carte dotali c'era "una coltra piena di bambagia", cioè una coperta da letto imbottita di bambagia, nella dote del 900, c'era l'imbottita, "l'ambuttòte" piena di "vammèce".
Fra le pentole delle carte dotali c'erano le "caldare", come nel dialetto del 900 figuravano "le callère". In particolare nell'elenco delle carte dotali figurava la "sartagina" e la "gracta casi", come nel dialetto del corredo del 900 troviamo la padella per fiiggere, "la sartàscene" (da lat. sartago, sartaginis) e la bella "grattachèse" per grattugiare il cacio (gratta cacio).

Vogliamo concludere con il dono dotale " due scuffie per la zita", come riporta una carta dotale
( del libro di don Felice) doc. n.7 , che si può ritrovare in dialetto nel '900 con "do scuffie ke la zöte".
E' bello questo termine dialettale popolare del '900, la zöte, che ritroviamo scritto in Italiano volgare nelle carte dotali del '500: un retaggio linguistico di molti secoli che risale al Medioevo.
Dal termine deriva il nome della pasta usata nel banchetto nuziale: li zöte.
Sento un frastuono di gioia per la strada: mu passe la zöte! Viva gli sposi, con la dote ed il corredo delle rispettive famiglie.

Ma concludo con le parole di mio padre, cumè Giuanne in via Corsica nel giardino della mia fidanzata al padre, cumbè Ceccille, all'inizio degli anni 70: "non conta la dote, ma le doti!". E' l'augurio che i genitori posano educare le doti nei figli.
"Sceme a la Chjise, scème a vedà la zöte". Sia la bellezza del vestito della sposa come la bellezza delle doti degli sposi.
Viva gli Sposi!

maestro Peppino Di Nunno
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