«E pria di tutto incontrai, nel mezzo di un campo arato, un quadrato edifizio laterizio chiamato oggi il Toro, che di poco s'innalza dal suolo; ma entratovi vi ritrovai stanze commode di cui si avvalgono gli agricoltori per uso di stalle. Opinasi essere stato un tempio; ma la divisione delle sue stanze e la sua forma esteriore additan più tosto una casa o pure un carcere». Così Emanuele Mola (1796,22) descrive i ruderi del monumento noto successivamente come il tempio di Giove Toro. Un'attribuzione già avanzata dallo Iacobone (1922,80-82) che la preferì a quella che vedeva in quei ruderi piuttosto un edificio funerario. Anche perchè nell'area del tempio era stata trovata una statua di Giove ritenuta pertinente all'edificio di culto. Quanto all'epiteto di Toro, lo Iacobone sosteneva che si trova già, anche nella variante di Tauro, in alcuni documenti notarili del VI e del VII secolo, ma non si pensa possa essere riferito a un particolare culto di Giove come invece voleva il Morra (1902,20), che ricordava antichi riti propiziatori con il sacrificio di un toro in onore di questa divinità.
Semmai il nome di Toro potrebbe riferirsi alla zona sopraelevata in cui il tempio fu edificato o anche all'altezza svettante del monumento stesso in questo settore della città. Toro infatti nella toponomastica significa appunto sporgenza o rialzo di terra, dal latino Torus , e riecheggia anche una voce del napoletano antico, «tuoro» che è sinonimo di colle (Marcato 1990, sub voce Toro). Nella toponomastica pugliese si incontrano i nomi di Foro, Tuoro col significato di luogo sopraelevato che per l'AIessio (1942, 187) derivano da Torus. Nel latino medievale, sempre con la stessa accezione si incontrano le voci, Toro, Torone, Tbretus (monticello). Probabilmente quindi la voce Toro presente nei documenti tardo rinascimentali canosini deve essere letta come toponimo e indicare la situazione geomorfologica dell'area dove sorgeva il tempio.

L 'indagine archeologica avviata nel 1978 per conto della Soprintendenza Archeologica della Puglia, ha permesso di accertare che il «quadrato laterizio» del Mola è in realtà un tempio periptero, con dieci colonne sui lati lunghi e sei sulla fronte e sul retro, al quale si accedeva attraverso un'ampia scalinata. L 'edificio era compreso in uno spazio porticato cui si accedeva probabilmente da un propileo. Il tempio misura in lunghezza 27,77 m (94 piedi romani: 1 piede romano= 12 pollici misura 29,55 cm), 16,54 m (56 piedi) in larghezza e 3,39 m (11 piedi e 6 pollici) in altezza. Il podio, in opera laterizia, poggiava su una piattaforma di quasi 5 metri costruita in tufelli legati da sottili strati di malta, regolarizzati da filari di mattoni. Un gradone fiancheggiava i lati lunghi del podio e gli angoli della fronte fino all'innesto della scalinata; non è chiara invece la sua presenza nella parte posteriore dell'edificio. Probabilmente era fiancheggiato da una canaletta di scolo che presentava una pendenza verso la fronte dove erano situati i tombini che convogliavano le acque alla fogna. Uno di questi è stato rinvenuto, ma non più in situ, verso l'angolo sud-est. La muratura del podio presenta in basso una rientranza dove fu alloggiato lo zoccolo che poggiava in parte sul gradone e in parte su una risega del cementizio del podio presente sul retro del gradone. La risega è a sacco contro i blocchi mentre, laddove è documentata la superficie cui dovevano aderire i blocchi di rivestimento, si presenta ora a cortina ora a sacco. Alcune tracce di scalpellatura potrebbero essere interpretate invece come tagli per una migliore aderenza dei blocchi dello zoccolo. La parte inferiore del nucleo del podio presenta varie gettate di cementizio in senso verticale, mentre quella superiore presenta gettate orizzontali distinte da filari di bipedali.