| |
 |
Galleria Forografica |
|
|
| APERTURA AL PUBBLICO: |
| 10.00 / 13.00 - 14.00 / 18.00 |
|
|
| TICKET INGRESSO: |
| Gratuito |
|
|
| SERVIZI DISPONIBILI: |
 |
|
| |
IPOGEI LAGRASTA
La storia degli ipogei Lagrasta, l'architettura funeraria meglio conservata e più nota della necropoli daunia, è nota soprattutto, dai documenti d'archivio e dalla letteratura archeologica ottocentesca. I documenti, conservati negli archivi di stato di Napoli e di Bari e nell'archivio storico della Soprintendenza Archeologica di Napoli, illustrano infatti la cronaca della scoperta con notizie inedite che riguardano le sequenze della scoperta, i materiali rinvenuti, la loro dispersione fuori di Canosa e testimoniano una situazione del monumento a noi sconosciuta . Questa peraltro era stata recepita dagli studiosi interessati, che ci restituiscono, con schizzi e disegni, l'immagine degli ipogei al momento della scoperta e, insieme alla descrizione di architetture e materiali, offrono alcune indicazioni sull'utilizzo dei sepolcri nel tempo e sulla composizione dei corredi funerari. La prima notizia del monumento è del 26 dicembre 1843, quando l'ispettore dei regi scavi a Canosa, l'arcidiacono Michele Caracciolo, fa sapere al soprintendente agli Scavi di Antichità del Regno, il cavaliere Teodoro Avellino, che alcuni giorni prima il signor Vito Lagrasta, scavando in un suo fondo una buca per il deposito del fieno, con l' aiuto di due operai, noti tombaroli della zona, si era imbattuto in un ipogeo «composto da 4 o 5 stanze, ornate di intagli, di colonnette intagliate nel tufo e di vari dipinti». E aggiunge che, durante questa prima incursione, il Lagrasta si era impadronito di una parte consistente del corredo funerario deposto in quelle celle. Contestualmente alla notifica della scoperta, l'ispettore canosino provvede a far custodire la tomba, mentre il Lagrasta è dell'idea di proseguire lo scavo e di ciò fa richiesta al sindaco di Canosa. L' autoriz- zazione giunge a N. Santangelo, ministro segretario di Stato degli Affari interni at- traverso l'Intendente della Provincia di Bari, signor E. Winspear, con un'indicazione perentoria: lo scavo deve essere eseguito da «un giovane facoltoso e colto,residente in Bari, perito in archeologia», Gherardo Sirone, che gode della fiducia dell'ispettore del distretto di Barletta. I lavori hanno inizio il 4 gennaio e la prima brevissima campagna termina appena quattro giorni dopo. Una nota ufficiale controfirmata da sindaco, arcidiacono e rappresentante borbonico, ci fa conoscere l' elenco degli oggetti rinvenuti durante lo scavo regolare e quel- lo dei materiali recuperati furtivamente dal Lagrasta e depositati presso il tristemente famoso canonico Basta, tesoriere della Cattedrale di Canosa e custode della tomba di Boemondo, reo di ricettazione e di smercio di materiale archeologico di provenienza illegale, proprietario di una ricca collezione. La descrizione accurata di vasi, marmi e oreficerie non ci restituisce, purtroppo, la disposizione del corredo nei vari ambienti e quindi l'identificazione delle deposizioni che sicuramente si sono succedute in que- sta tomba di famiglia, ne ci permette di ricostruire il rituale funerario. I vasi sono quelli a figure rosse, oinochoai, kantharoi, phialai; le immagini dipinte quelle consuete di quadrighe, figure alate, volti femminili, ma numerosi sono anche gli oggetti di orificeria e i frammenti di vetro.

Questa nota viene integrata da una relazione del Sirone che dà notizia delle celle esplorate, inizialmente le nn. 5, 6 e 7, comunicanti fra loro, e poi le nn. 1 e 2. A proposito della cella n. 1 si dice che «la parete di fronte alla porta di ingresso reca due porte finte, corredate da due colonne di tufo per ognuna. I sepolcri, le dette porte finte sono dipinti a fresco e sono marcabili una civetta e altri uccelli notturni con variopinti contorni». Nei vari ambienti ricolmi di terra vennero raccolti pochi oggetti, sfuggiti probabilmente alla frettolosa rapina del Lagrasta. Lo scavo continua e riemergono le celle nn. 3, 4 e 8. E proprio sulla parete dell'ambiente n. 3, Sirone legge l'iscrizione graffita di Medella che prowede puntualmente a trascrivere.

Così come dà notizia dei materiali rinvenuti nelle celle nn. 3,4, 8 e 9 e descrive i vani messi in luce completi di dimensioni e corredo. All'indagine scientifica fanno da contrappunto la richiesta di restauro dei manufatti riemersi e le denunzie degli oggetti trafugati. Viene sollecitato infatti il Ministero degli Interni ad inviare a Canosa «un disegnatore con l'obbligo di disegnare e lucidare i dipinti più pregievoli» e «di verificare la possibilità di un distacco degli intonaci sia in tutto che in parte» che devono poi essere trasferiti al Real Museo di Napoli. Quanto ai furti di materiale archeologico, si fa riferimento a tale Donato Fatelli di Ruvo che era entrato in possesso di oggetti di vetro rinvenuti nell'ipogeo. Si saprà poi che tali vetri erano stati proposti per l'acquisto al Reale Museo Borbonico di Napoli.

Nella capitale del regno giunse invece l'anello d'oro a doppio castone e un granato, acquistato dal canonico Basta e da lui inviato a Napoli per integrarlo, a suo dire, della pietra mancante. Si decide intanto di chiudere il cantiere e si inviano al Museo Borbonico i materiali dello scavo, riposti in due casse, più una scatola con gli oggetti più preziosi, «orecchini, palmette, patera o tazza di vetro lavorato». Una terza cassa contiene la grande lastra di marmo modanata rinvenuta dal Lagrasta durante la prima incursione nei sepolcri e finita nelle mani del canonico Basta. L 'intendente Winspear vorrebbe, a questo punto, murare l'ingresso dell'ipogeo per evitare il pericolo di scavi clandestini e impedire il distacco delle pitture, realizzate su tufo grezzo e di un solo colore.

Comunque viene impedito al Lagrasta l'accesso al fondo. Si giunge all'agosto de1 1844, quando nei documenti compare per la prima volta il nome dell'architetto Carlo Bonucci cui si deve la scoperta del secondo ipogeo (Lagrasta II), famoso per il prospetto architettonico andato irrimediabilmente perduto. Da questo momento e fino a tutto il 1846 si recuperano in particolare notizie di cronaca che vedono il Bonucci difendere l'operato del Lagrasta e richiedere per lui un congruo risarcimento per i danni subiti dalla sua proprietà e per gli oggetti da lui consegnati al Museo di Napoli. Nel contempo ci informa dello stato di conservazione degli ipogei.
Dalle sue relazioni apprendiamo infatti dati di grande importanza relativi al rilevamento scientifico delle tombe, al recupero dei materiali che vengono poi inviati a Napoli.
|