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Schede storico turistiche di Canosa di Puglia
I monumenti, le chiese, i palazzi storici
Siti Archeologici
Tomba Varrese
IV Secolo a.C.

Via Kennedy, Palazzo Sinesi - Canosa di Puglia

   
 Galleria Forografica
APERTURA AL PUBBLICO:
9.00 / 13.00 - 15.00 / 18.00
TICKET INGRESSO:
Gratuito
SERVIZI DISPONIBILI:
Visite Guidate Non Disponibile Non Disponibile Non Disponibile Non Disponibile
  

TOMBA VARRESE

Fino a non molti anni addietro, prima di altre più recenti scoperte, il Varrese era fra i pochissimi ipogei canosini noti dalla letteratura non solo per la pianta  e la tipologia architettonica , ma anche in parte per la consistenza del corredo,
diviso fra i musei di Bari e di Taranto . Del monumento, però, si era persa ogni traccia, tanto da farlo ritenere ormai irrimediabilmente distrutto , finche nel 1971 esso fu nuovamente rintracciato (grazie all' appassionato interessamento di G. Sinesi; ivi per i principali dati metrici sul monumento ed una prima documentazione fotografica), mentre un limitato intervento di scavo nella parte terminale del dromos e nelle camere laterali seguì fra l'agosto e il settembre 1973. L'ipogeo risultò allora diviso fra le proprietà di Donato Cavuoto e di Agnese De Muro Fiocco, così come ai tempi della prima scoperta lo era fra quelle di Sabino Varrese e di Domenico Mazza. Il materiale conservato a Taranto, e lì pervenuto l'Il marzo 1912, sarebbe stato rinvenuto dal Varrese il giorno 15 del mese precedente nella camera di fondo, l'unica
che il soprintendente Quagliati dovette vedere nel suo sopralluogo di fine febbraio.
Il corredo indistinto delle tre celle orientali, recuperato furtivamente dallo stesso Varrese al di sotto della proprietà
Mazza, fu invece acquistato dalla Deputazione Provinciale di Bari dopo che Michele Gervasio ne aveva assicurato, già entro marzo, il deposito presso il museo da lui diretto, non senza ricorrere ad una serie di sotterfugi che a lungo sono stati causa di ombre e dubbi sulla pertinenza ad uno stesso monumento e ad una stessa scoperta dei due complessi . Di
nessuna notizia, invece, disponiamo circa l'eventuale presenza di deposizioni nell'unica cella ad ovest, dove non è emersa traccia di materiali neppure in occasione dello scavo più recente. L'ipogeo, che sicuramente ricadeva all'esterno del pur dubbio tracciato delle antiche mura, si trova all'attuale periferia sudoccidentale di Canosa, in località Costantinopoli, o Monte Palumbo, una decina di metri a destra della SS. 93 per Lavello, fra il vecchio tracciato del Regio Tratturo e la nuova strada di circonvallazione. Scavato interamente nel tenero banco di tufo calcareo fino ad una profondità di quasi cinque metri, vi si accedeva attraverso un dromos orientato a nord di cui è nota solo la parte terminale in piano, quasi un atrio rispetto ad una grande camera al fondo (I), una più piccola ~d ovest (II) e un gruppo di tre ad est (III, IV e V). Quattro camere hanno copertura curva, a botte la I e la II, a sezione ogivale la IV e semiellittica la V, tutte senza nessuna aggiunta decorativa. La II e la V sono quelle meno rifinite e con più evidenti segni degli attrezzi di scavo. Solo li primo degli ambienti ad est ha una copertura orizzontale a finte travature scolpite nel tufo, al di sotto delle quali, tutt'intorno alle pareti, si svolgono due listelli sovrapposti rilevati, interrotti solo in corrispondenza dell'architrave della porta d'ingresso, che è costituito da un blocco di tufo più compatto inserito dall' esterno e fissato con malta. Le due porte in asse che mettono in comunicazione il dromos con la camera III e questa con la IV sono simili, leggermente rastremate verso l' alto e inquadrate da un piccolo listello continuo scolpito a rilievo, che in alto si protende a suggerire l' architrave, secondo lo schema dorico molto diffuso in età ellenistica ; ed assai frequente negli ipogei apuli, e canosini in particolare. Il listello che incornicia la porta esterna è dipinto in rosso ed è sormontato sull'architrave da una modanatura non regolare; la riquadratura della porta interna è arricchita altresì sull'architrave, sotto illistello, da un kyma orizzontale con due tratti discendenti alle estremità. Più semplice, e soprattutto meno accurata, è invece la decorazione della porta di destra, intorno alla quale il listello, con tecnica diversa, è fatto risaltare abbassando tutt'intorno il piano della parete, evidentemente perchè aggiunto in un secondo tempo, probabilmente all'atto dell' apertura della camera vi è da credere pertanto che le celle III e IV siano state progettate e realizzate unitariamente fra loro e con lo stesso prospetto monumentale esterno. Qui, la porta è inserita in una rientranza della parete di roccia, che è in tonacata fino a circa un metro dalla superficie del banco; ai lati sono due pilastri con addossate semicolonne ioniche, gli uni e lt altre costruiti con elementi lapidei legata da malta e sormontati da un frontone, è invece scolpito nel tufo ed è rivestito di un sottile strato di intonaco. La membratura di base del frontone è lasciata ne colore chiaro dell'intonaco, mentre il timpano, dipinto in rosso, è delimitato in basso da un listello obliquo dello stesso colore lungo gli spioventi da una coppia di listelli obliqui, il superiore rosso e l'altro bianco, separati da una scanalatura e sormontati da un ulteriore listello, che al vertice e agli angoli si prolunga e si slarga ! formare tre acroteri, di cui almeno quello centrale decorato da una palmetta rossa. Nessuna particolarità architettonica presentano gli accessi alle camere II e I, che erano chiuse da lastroni accoppiati. Nel caso della cella ad ovest, quello di destra completato in alto da uno più piccolo. Nel caso della camera a nord, la chiusura stranamente integrata, almeno nell'angolcnordorientale del dromos che si è potuto verificare, da due strette lastre sovrapposte che suggeriscono l'idea di un muro continuo, largo quanto il dromos, che potremmo ritenere eretto per chiudere definitivamente la camera una volta esaurita.
Anche l'affaccio delle camere orientali sul dromos era chiuso con due lastroni, che furono individuati ne11973, l'uno ancora in posto anche se parzialmente ribaltato verso l'esterno, l'altro accuratamente addossato (dai primi scopritori?) contro la parete nord della stessa camera III. Nel pavimento di questa fu inoltre scoperta, nell'angolo sud-ovest parallelamente al lato meridionale, una fossa di 75x40x25 cm di profondità, scavata forse in funzione di un sovrastante letto funerario in materiale deperibile. Rapporto analogo potrebbe avere avuto la fossa irregolare (misure massime 153x50x22 cm di profondità) riscontrata nell'angolo nord-ovest della camera IV, parallela alla parete settentrionale. Più incerta è la funzione da attribuire ai due blocchi sovrapposti, con almeno due spigoli verticali esterni smussati, ancora riconoscibili nell'atrio contro la chiusura della camera di fondo, tali da suggerire l'idea di un pilastro, che potrebbe riferirsi ad una pur tarda e precaria copertura in materiale deperibile eretta per proteggere la decorazione dipinta, come già era stato ipotizzato per la non lontana tomba di località Sant' Aloia . Va però ricordato come i saggi del 1973 rivelarono altresì che almeno la parte terminale del dromos era colma di scorie di tufo, risultanti o dallo scavo di una parte dello stesso ipogeo o forse anche dallo scavo di qualche sepoltura vicina, lasciando intendere comunque che almeno in una fase finale questa porzione della tomba non era più normalmente accessibile. Per quanto attiene il corredo  pure in presenza di alcune consonanze, nette sono le differenze tra gli oggetti riferiti alla camera I (gruppo Varrese, a Taranto ) e quelli riferibili genericamente alle camere III-V (gruppo Mazza, a Bari). Fra il materiale di Taranto, per esempio, è notevole, in termini sia quantitativi che qualitativi, la presenza di ceramica sovraddipinta in rosso del tutto assente, invece, a Bari; mentre pochissimi vasi del tipo di Gnathia compaiono in entrambi i complessi. Relativamente numerosa, e contraddistinta da forme più curate e più vicine ai prototipi metallici, è la ceramica dorata presente nel gruppo di Taranto, mentre a Bari essa è attestata da pochi esemplari più grossolani o di forme arcaizzanti . Fra il materiale di Taranto, inoltre, sono attestate soltanto poche piccole loutrophoroi ed una melagrana in tecnica scialbata e policroma, mentre sono del tutto assenti i vasi plastici, quanto mai numerosi, invece, e caratterizzati da un'esuberante policromia, fra il materiale di Bari, frammenti dei quali furono rinvenuti nel 1973 sul pavimento della camera III. Nell'ambito della ceramica a figure rosse, infine, quella più sistematicamente studiata, spiccano nel gruppo di Taranto alcuni caratteristici prodotti dell' Apulo Medio, attribuiti a maestri attivi intorno alla metà del  IV secolo a.C., lo stesso Pittore Varrese mentre nel gruppo di Bari sono attestate soltanto le produzioni dell'Apulo Tardo, ed in particolare serie intere di vasi degli ultimi due decenni del secolo, riferiti allo sterminato White Saccos-Kantharos Group. Va però notato come anche nel gruppo Varrese siano presenti, sia pure in numero limitato, vasi a figure rosse tardo apuli prossimi allo scorcio del IV secolo, attribuiti alla cerchia del Pittore di Baltimora e assai prossimi, quindi, all'orizzonte culturale e cronologico così ampiamente attestato nel gruppo Mazza. Troppo netta è la differenza di impronta fra i due complessi per non farci sospettare, di fronte ai pochi oggetti di tipologia molto tarda compresi nel gruppo Varrese, che essi provengano in realtà dalla cella II, che potrebbe addirittura essere stata la prima ad essere individuata e violata da Sabino Varrese in occasione dei lavori riferiti dai documenti d'archivio, e dei quali potrebbero essere riprova i segni di cava riconosciuti nel 1973 proprio in corrispondenza di quella camera. Concludendo, può ritenersi più che verosimile che l'ipogeo sia stato scavato in un primo tempo, poco prima della metà del IV secolo a.C., limitatamente al dromos ed alla cella di fondo; non prima de1 330-320 esso sarebbe stato ampliato sulla destra del dromos, prima con le due celle in asse e poi con la V; fase, quest'ultima, cui potrebbeora dubitativamente riferirsi anche l'unico ambiente scavato dalla parte opposta del dromos.

   Fonte: Tratto Da Principi Imperatori e Vescovi, duemila anni si storia a Canosa. Edito nel 1992 da Marsilio – Venezia
 
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