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Schede storico turistiche di Canosa di Puglia
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Ipogeo del Vaso di Dario




   
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L'IPOGEO DEL VASO DI DARIO


 In mondo archeologico non ha fatto da lungo tempo una scoverta simile a quella ch'ebbe luogo nel 1851 (il 15 agosto) in una località detta Porta Vanense (sta per Varrense ) poco lontana dalle tombe da me visitate e descritte... Si ebbe la sorte in quell'anno di scoprirsi da alcuni lavoratori una stanza sepolcrale appartenente ad una famiglia nobile e facoltosa. Scavata appena la metà del primo ipogeo, si rinvennero due armature complete di bronzo che sembrava dorato e sette vasi dipinti di un'importanza insolita ed inedita...»
Il  brano fa parte della relazione datata 16 novembre 1853, a firma di Carlo Bonucci (Ruggiero 1888,538-540), il quale si dilunga poi nella descrizione di tre dei sette vasi dipinti rinvenuti nell'ipogeo e già «assicurati» al Regio Museo di Napoli, «dopo essere stati sorpresi e riacquistati dalle mani del sig. Fatelli di Ruvo». Si tratta dell'anfora pugliese «con i Troiani sacrificati innanzi alla tomba di Patroclo» (n. 2) del «prefericolo» (anfora) con il ratto di Europa (n. 4) e dell'altro vaso della stessa forma con Medea che fugge sul carro dopo aver ucciso i figli (n. 5). n Bonucci ci informa inoltre che gli altri quattro vasi furono acquistati e nascosti dal canonico Basta di Canosa, nota figura di ricettatore di materiale archeologico e che, soltanto in un secondo tempo, grazie proprio alla sua mediazione, il sacerdote si dichiarò disposto a cederli, dietro lauto compenso, al museo di Napoli. Di questo gruppo facevano parte il cratere di Dario e altri tre vasi «che formano pariglia con quelli del sig. Fatelli e che rappresentano in altro modo il ratto di Europa e la liberazione di Andromeda e altro». n rapporto si concludeva con l'osservazione che «l'ipogeo è composto di più stanze di cui appena una sola ed incompletamente è stata frugata...»
Un anno più tardi, ancora il Bonucci  ritorna sulla scoperta dell'ipogeo con la descrizione dei grandi vasi, ma anche con alcune precisazioni ed aggiunte. La tomba, egli dice, è composta «di due stanze formate nel semplice masso della
terra ed apparteneva ad un guerriero che fu trovato ancora rivestito delle sue armi. Lungo le mura si rinvenne aggruppata una quantità di piccole e grandi patere, prefericoli, tazze ed idrie ordinarie di argilla». Sempre nel 1854 sono datate altre due relazioni dell'architetto borbonico. La prima, del 18 febbraio, ricorda il passaggio dei quattro vasi irregolarmente posseduti dal canonico Basta al Regio Museo di Napoli. Una trattativa durata a lungo {i vasi infatti raggiungono il museo borbonico solo agli inizi del che si svolge tra il Bonucci e due interlocutori. Dapprima con il Basta che dichiarava di aver avuto forti pressioni da parte di «autorità della Provincia» per l' acquisto dei vasi in suo possesso e che quindi per proteggerli li aveva di nuovo sepolti. Egli inoltre precisava di averli comprati «in buona fede», impedendo che «andassero perduti in paesi stranieri». Successivamente con il signor Giuseppe Caradonna, ricco proprietario di Canosa, al quale i vasi erano finiti dopo «essere passati per varie mani». In casa del Caradonna, Carlo Bonucci vede finalmente il vaso di Dario, che esamina nei dettagli e che descrive minuziosamente, precisando il numero delle figure rappresentate che ammontano, dice, a sessanta e denunciandone il precario stato di conservazione.
Dalla relazione del 20 febbraio  apprendiamo altri particolari interessanti. Nel sopralluogo a casa Caradonna infatti, il Bonucci si è accorto che mancano alcuni frammenti utili per la ricomposizione del vaso e si accinge a cercarli nell'ipogeo da cui fu prelevato. Questo era stato nel frattempo reinterrato e su quel terreno si era anche coltivato; viene comunque individuato, ripercorso e rilevato dall'architetto nella pianta e nell'alzato. È confermata anche la pianta «un'antica discesa che introduce in due piccole stanze incavate nel tufo» dove si raccolgono i frammenti smarriti del vaso di Dario e quelli delle due anfore e si recuperano alcuni vasi che erano stati trascurati dai primi scopritori. «Ho raccolto, egli dice, tre prefericoli di argilla dipinti con teste di deità muliebri {vasi a testa configurata), un giavellotto di ferro e una briglia di cavallo, che ho fatto riporre in due analoghe scatole con bambagia. Il tutto si ritrova presso il sig. Sindaco di Canosa depositato.»

   Fonte: Tratto Da Principi Imperatori e Vescovi, duemila anni si storia a Canosa. Edito da Marsilio - Venezia
 
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