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La metà del ‘900 in compleanno.

Festa di madre, memoria di paese, pagina di storia.


Martedì 6 Giugno 2017 ore 0.40

Era una domenica d'estate, il cinque giugno del 1949, giorno della mia nascita che rivivo oggi a 68 anni compiuti, ripercorrendo connotazioni affettive, familiari, storiche e spirituali personali e impersonali che appartengono al patrimonio collettivo, perché ognuno di noi non appartiene solo a sé stesso, ma anche alla vita di tutti.

Nel compleanno, auguri anche alla mamma.
Oggi nel primo anno dalla morte di mia madre, rivedo la mia nascita nel suo grembo; infatti da maestro raccomandavo ai bambini di Scuola nel giorno del compleanno di fare gli auguri anche alla propria mamma. "Auguri mamma!".

La mamma racconta la nascita dei figli
Così scrivo in una poesia composta a 50 anni nel 1989, riportando il racconto di mia madre:
" Era un giorno d'estate,
con i campi di spighe dorate,
era un giorno di giugno
e mio padre assolato con la falce in pugno,
era domenica e mia madre al mattino
udì a festa le campane di San Sabino,
fu il momento del mio primo vagito
quando si piange senza vestito" .

Il parto in casa e la nascita annunciata a piedi
Era la Domenica di Pentecoste della metà del '900, quando mia madre, avvertendo le doglie del parto, attraverso l'amica dirimpettaia di strada, "Nannìnne", chiamò la "vammère", la levatrice che abitava all'angolo di strada di via Regina Elena, che l'assistette nel parto in casa, mentre tutto avvenne fisiologicamente, senza complicanze.
Non c'era il telefono e gli stessi amici di strada, Condominio di vita, avvisarono a piedi mio nonno Peppino che abitava nella Via della Passione.
Non c'era il telefonino e mio nonno materno si recò in bicicletta in campagna nella contrada "Posta del Pozzo" nella periferia di paese ad avvisare mio padre Giovannino, "Giuannìnne", che stava a mietere il grano, in quel rito che poi da ragazzo ho vissuto con lui nei campi: "Lascia, resto io con i mietitori; vai a casa, da Rosetta; è nato il maschio, è nato l'erede".
Non c'era in quel tempo l'ecografia prenatale ed il sesso si conosceva alla nascita. Essendo io il secondogenito, nella bella usanza di discendenza mi fu attribuito il nome "Giuseppe" del nonno materno Peppino, mentre mio fratello maggiore, il caro Lillino, portava già il nome del nonno paterno Pasquale.
Oggi, cinque giugno 2017, sono io nonno Peppino e ho raccontato e mostrato la "falce in pugno" al mio caro nipotino Emanuele giunto da Torino con sorellina e genitori per la cerimonia di "Cavaliere" in Prefettura. La storia si racconta ed educa.

La "mammana", levatrice in casa
La nascita della metà del '900 racconta la figura della levatrice, figura della donna che assisteva il parto in casa dall'alba dei tempi della storia. Alla "levatrice" bisognerebbe dedicare una strada in ogni paese.
Nel mio libro di dialettologia riporto il lemma dialettale "vammère", la "mammana" che assisteva la partoriente nella nascita del figlio.
Dall'alba dei tempi, già nell' Antica Grecia operava la levatrice o μαῖα, mamma, ostetrica, che sarà assunta dalla mitologia della maternità e riportata poi nel manuale delle ostetriche del VI sec. d.C. "Gynaecia" di Miscione.
Lo stesso Socrate, figlio delle levatrice Fenarete, chiamerà il suo magistero con il nome di "Maieutica" , che deriva come riporta la Treccani, dal gr. μαιευτική , propr. «(arte) ostetrica», «ostetricia», derivato da μαῖα «mamma, levatrice. La Maieutica infatti è l'arte di portare fuori dagli altri la verità, aiutare gli altri a "partorire" la verità, che usiamo anche noi maestri a Scuola nel metodo interattivo.
Nell'Antica Roma infatti compare la figura dell'ostetrica, "obstetrix" (colei che sta davanti), citata in molte opere, che riporto nella "certosina ricerca filologica" del libro di dialettologia "Sulle vie dei ciottoli".
Plauto nelle Commedie, (Capteivorum, Atto III, Scena IV), cita metaforicamente "an tu fortasse fuisti meae matri obstetrix?" .
Il Poeta romano Orazio negli Epodi, 17, 49, cita "obstetrix pannos lavat", come avveniva nelle nostre case nel '900. E Plinio nella Naturalis Historia, Libro XXXII, 47, v. 135, scrive dell'Osterica Salpe che così abbelliva i fanciulli: "ita pueros mangonicavit Salpe obstetrix".

Le campane, rintocco della vita
Nel mio Libro dei "SACRI BRONZI", scritto all'inizio del 2000, riporto a pag. 15 del racconto di mia madre nel momento della mia nascita nella strada nativa di via Regina Elena da cui si odono le campane della Cattedrale : "era mattino e suonavano le campane di San Sabino", come ho riferito oggi al caro Don Felice Bacco.
Sarebbe bello che oggi ad ogni nascita di un bambino, nella ridotta natalità demografica, le campane della Parrocchia potessero annunciare la nascita di un bambino, momento di gioia di paese e dono di Dio nella vita.
Saranno poi le stesse campane ad annunciare di fronte all'eterno e alla fede il mistero della morte.
Intanto oggi mi giungono gli auguri dai figli vicini e lontani, e anche dal Comune di Pederobba nel Veneto.
Il tempo scorre dalla nascita
Avevo cinquanta anni e mi ero operato per noduli alle corde vocali, nell'usura professionale di noi maestri di Scuola e così scrivevo: "sono felice, ritorna la mia voce e canta.......alcune spine mi portarono dolori e fragile e forte amavo i fiori", mentre oggi purtroppo le spine dei dolori sono aumentate, ma c'è la medicina, l'affetto e c'è il Signore.
Così scrivevo alla fine nella poesia dei 50 anni, in versi che rievoco oggi:
"penso e scrivo, chissà dove arrivo...
ma l'età che conta è quella che vivo,
sento il plauso dei vostri Auguri,
che Dio benedica i miei anni futuri".
Sia questo l'augurio per noi tutti , figli del '900 alla soglia dei 70 anni, tramandando e consegnando i sentimenti e la storia di paese e d'Italia ai nostri figli, ai nostri nipoti, ai discendenti della nostra terra, virgulti di un tronco in cui scriviamo e contiamo gli anelli concentrici della vita.
"Che sia benedetta la vita!"
Ob amorem vitae
maestro Peppino Di Nunno, Canosa di Puglia, 5 giugno 2017
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