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La collana di turchese…tra le tante d’estate

Il racconto di Nunzio Di Giulio


Sabato 19 Agosto 2017 ore 16.21

Anche per questa estate, la più torrida degli ultimi anni, lo scrittore per hobby Nunzio Di Giulio, non ha fatto mancare il suo racconto dal titolo "La collana di turchese", da leggere tutto d'un fiato, frutto di un'abilità descrittiva, davvero esaustiva ed appassionante come sempre. Il racconto che si aggiunge agli altri ("Nina vuole volare", "Mirta", "Diana & Gamin", "Mio nome Marinela") pubblicati in precedenza per i lettori di Canosaweb, apporta ulteriori contributi alla crescita culturale, a favore della lettura intesa come arricchimento di conoscenze per migliorare la qualità della vita, attraverso questa storia dai connotati attuali e suggestivi. Amore, trasgressione, sesso, immigrazione, inclusione sociale, gossip, mobbing, in un intreccio di storie quotidiane da brividi, scaturiti dal primo sguardo sotto l'ombrellone dietro l'acquisto de "La collana di turchese", da un "vu' cumprà", uno dei tanti che popolano le spiagge italiane durante l'estate. Bellezza, sentimento, sottile sensibilità nel racconto "La collana di turchese" firmato dall'ispettore capo di Polizia in quiescenza, Nunzio Di Giulio per una narrazione di notevole intensità emotiva e passionale.

La collana di turchese - Nunzio Di Giulio
"""Era un tranquillo pomeriggio di luglio, il sole splendeva ancora caldo, l'ispettore di Polizia, come sua consuetudine, era nel suo ufficio, seduto alla sua scrivania, assorto da carte e documenti. Davanti a sé una bottiglia d'acqua minerale mezza vuota e alcuni bicchieri di carta sparpagliati sul tavolo da un ventilatore acceso che si affannava nel tentativo di smuovere l'aria afosa e umiditiccia. Sentì bussare alla porta, si alzò per aprire, si trovò di fronte una giovane donna di rara bellezza che lasciò l'ispettore senza fiato, incapace di muoversi. Quando finalmente riuscì a trovare la forza di riprendersi, con un gesto eloquente della mano le fece cenno di accomodarsi. Era una creatura incantevole, alta almeno mt. 1,75, i suoi capelli biondi le scendevano morbidamente sulle spalle, gli occhi di un verde-azzurro intenso sembravano gocce d'acqua rubate da un mare in tempesta, i lineamenti del viso erano molto delicati, la pelle pareva vellutata, le forme del suo corpo erano sinuose avvolte da una leggera tunica bianca che lasciava scoperta le lunghe braccia sottili e i polpacci ben torniti e abbronzati. I raggi del sole entravano prepotentemente dalla finestra, avvolgendo la donna come in un'aura soprannaturale. Lei gli si sedette di fronte accavallò elegantemente le gambe, chiese cortesemente un bicchiere d'acqua, la sorseggiò assorta nei suoi pensieri e con una voce flebile e tremante ruppe il silenzio con una richiesta d'aiuto. "Per favore ispettore mi aiuti!" l'appello non lasciava adito a dubbi, appena l'ispettore fece segno di parlare, la donna cominciò il suo racconto e le parole le uscirono dalla bocca come un fiume in piena che durante un temporale tracima gli argini e invade i campi circostanti.

Si chiamava Luisa, aveva 30 anni, era sposata con Mario di 34 anni con cui aveva avuto due figlie, Sara di 11 anni e Rossana di 10, due belle ragazze, alte e longilinee molto somiglianti alla mamma. Com'era loro abitudine nei mesi estivi, Luisa e la a sua famiglia si recavano in spiaggia nella vicina città di mare. In auto a Luisa piaceva ascoltare le canzoni romantiche del suo idolo preferito Claudio Baglioni. La sua preferita era Poster (e andare…lontano…lontano…) Arrivati sulla spiaggia, il mare si presenta calmo di un azzurro intenso e invitante, gli ombrelloni erano vicini che si facevano ombra l'un l'altro; il marito le prepara la sdraio e si siede, le figlie corrono su bagnasciuga a raccogliere le conchiglie. Luisa era sdraiata sulla sdraio esposta al sole con il viso quasi del tutto coperto da moderni occhiali da sole, assorta nelle vicende d'amore e di tradimenti dei personaggi famosi della rivista dalla colorata copertina patinata. Mentre pensava alle vicende un po' assurde ma in fondo banali di quell'attrice straniera, dalle spalle le giunge una voce maschile dall'accento straniero. E' un ragazzo, un extracomunitario, una di quelle povere anime del sud che per tutta la stagione estiva, carichi di mercanzia e delle più varie, ci fanno compagnia mentre prendiamo il sole o sorseggiamo una bibita sotto l'ombrellone. Era alto, con gli occhi scuri profondi, sulla trentina, i suoi modi erano più gentili degli altri suoi colleghi e la voce era carezzevole sensuale tra le dita affusolate aveva una collana di turchese e la porgeva alla donna un po' incuriosita, un po' affascinata. Lei non rispose o forse non vuole interrompere quell'attimo intenso di elettricità che si era creata fra i loro sguardi. Senza guardare la collana ma con gli occhi fissi in quelli di lui, si allacciò il monile al collo. Sembrava fatto per lei, per stare intorno al suo collo, poi posarsi sulla sua pelle candita. Prima che lei potesse chiederne il prezzo, il ragazzo la stava già salutando gentilmente, mischiandosi tra la folla, scomparendo tra gli ombrelloni.

Quella vicenda l'aveva sicuramente impressionata, tanto che Luisa, per il resto della giornata, non poté fare a meno di pensarci continuamente, celando il rossore che la tingeva le guance con il settimanale rosa che non era più riuscita a sfogliare, stupita delle emozioni e dei brividi che per brevi intensi attimi avevano attraversato la sua schiena. Durante la notte quel ragazzo dalla voce suadente, dagli occhi profondi e da modi raffinati era stato il protagonista dei suoi sogni. Il giorno seguente la famigliola ritorna al mare, mentre lei sdraiata al sole, la stessa voce la saluta e le chiede "salve, signora, piace collana?" Luisa la indossa ed ancora una volta non riuscì a dir niente. Riuscì solo ad annuire col capo e ad accennare un sorriso. Lui la guardò affascinato, poi come se ormai fossero amici, prese a parlare di sé; disse di chiamarsi Omar, di essere laureato e di conoscere ben cinque lingue. Luisa, come rapita dagli occhi di lui si presentò, si strinsero la mano e fu a quel punto che Omar come se già sapesse cosa sarebbe successo, furtivamente la mise tra le dita un piccolo pezzo di carta che lei istintivamente nascose tra le pagine del giornale che stava leggendo. Solo alla sera, al rientro in casa, Luisa ebbe il coraggio di aprire il foglietto. Vi era scritto un numero telefonico, nient'altro. La sua vita è monotona, le giornate sembrano l''una fotocopia dell'altra e quel piccolo diversivo le faceva scorrere il sangue più veloce nelle vene. Nei giorni che seguirono cercò di scorgere il suo volto sulla spiaggia, ma lui non tornò e le sue vacanze ormai giungevano al termine, ricominciò il lavoro, la solita routine quotidiana, la solita vita noiosa. Se valeva dare una scossa a tutto questo, tutto dipendeva da lei e da quel minuscolo pezzetto di carta. Dopo molti giorni Luisa decise di comporre quel numero, dall'altro capo del filo il telefono squillava, dopo alcuni interminabili secondi, una voce amica, le mani tremavano, umide di sudore, poi finalmente riuscì a parlare prima con una voce flebile, rotta dall'emozione, poi le parole cominciarono ad uscire dalla bocca come una valanga, era il cuore che gli suggeriva. Parlarono per oltre un'ora. Alla fine non c'era più tra loro ne imbarazzo, ne timidezza, solo una gran voglia di vedersi. Il suo pensiero ormai vola sempre a lui, nulla è più come prima per lei, nulla della vita di prima può ancora sopportare, è tutto troppo piatto, monotono, grigio e lei ha bisogno di sentirsi viva come non mai.

Dopo alcuni giorni telefonò ad Omar, decisero di incontrarsi, lei lo avrebbe raggiunto nella città vicina dove lui viveva, niente avrebbe potuto fermarla. Si incontrarono nei giardini di quel piccolo paese come due ragazzini colti e sconvolti dalla prima cotta adolescenziale. Il cuore le batteva a mille, le gambe le tremavano, ma gli occhi non riuscivano a staccarsi da quel viso;era una forza magnetica che impediva di guardare altrove, di pensare ad altro. La panchina su cui si erano seduti era abbastanza isolata e Luisa ed Omar lontani da occhi indiscreti, si lasciarono andare a tenere effusioni d'amore. Le loro mani erano avvinghiate l'una all'altra e lei aveva poggiato il capo sulla sua spalla. Le parole non servivano, ormai erano intrappolati in un turbinio di emozioni e brividi. Desideravano stringersi, carezzarsi, baciarsi. Ad un tratto lui si alzò e lei lo seguì senza porgli domande né dubbi, fino all'unico hotel della zona. La stanza era in penombra, sembrava pulita, il ventilatore acceso faceva ondeggiare la tenda.Si sedettero sul letto, lei, libera ormai di esprimere ciò che provava, lo abbracciò e in un attimo cedettero alla passione fino ad ora repressa. Lui era un uomo dolcissimo, la copriva di complimenti, i suoi baci erano teneri e passionali allo stesso tempo i loro respiri si fondevano in un unico alito d'amore, le mani di Omar sbottonavano avidamente la camicia di lei per scivolare sulla sua pelle morbida. Lei fece lo stesso con lui, sentiva il sangue scorrere frenetico in lei, le sue labbra cercavano avidamente quelle di lui; erano inebriati dalla passione. Quando i loro corpi si unirono Luisa sentì che quell'uomo era parte di lei, erano come due metà perfettamente riunite. Finalmente i loro desideri furono appagati, era ormai il tramonto, dovevano lasciarsi, Luisa doveva tornare alla sua vita che ora le sembrava ancora più noiosa e insopportabile. Sentiva di essersi innamorata, che quell'infrangere le regole le aveva fatto scoprire quanto fosse ancora giovane, bella e desiderabile.

Appena poteva, Luisa prendeva l'autobus per raggiungere Omar. Ogni volta era una nuova scoperta di emozioni mai provate che sperava non finissero mai. Quella sera Omar l'aveva accompagnata fino all'autobus e lei felice inebriata di lui si voltò per salutarlo baciandolo. Quando si andò a sedere al suo posto si accorse che qualcuno la guardava scandalizzato. Era una sua parente; Luisa si sentì sprofondare in un baratro di vergogna e di disperazione. Cosa avrebbe fatto ora, cosa sarebbe successo? Come aveva immaginato la prima ad essere informata dell'accaduto fu sua madre."Baciavi un marocchino?" Così si indicano da queste parti extracomunitari in genere. Luisa ha bisogno di confidare a qualcuno quello che sta provando, anche se sa che sua madre non avrebbe mai capito. Le confessa di essersi innamorata,che per lei non conta né razza né colore della pelle, ma per sua madre mantenere unita la famiglia è un comandamento a cui non ci si può sottrarre a scapito dell'amore e della felicità personale. Luisa per alcuni giorni si chiuse in casa da sola, non aveva voglia di uscire, ne di vedere gente, solo le canzoni romantiche del suo cantante preferito facevano da colonna sonora ai suoi ricordi. Una sera squillò il telefono, era Omar, Luisa senti un brivido risalire la schiena; lui le chiese di rincontrarsi, aveva bisogno di vederla, di sapere cosa fosse successo. Lei decise di andare, di rivederlo un'ultima volta, in fondo aveva diritto ad una spiegazione. Quando si incontrarono le parole furono poche, non servivano, le loro labbra si cercavano morbosamente, le lacrime si mischiavano diventando tutt' uno con il sudore, i loro corpi avvinti fremevano al contatto ma lei sentiva che qualcosa si era spezzato tra loro e non sarebbe più stato come prima. Prima di salutarsi, Omar con aria concitata e pensierosa le chiese un ultimo e importante favore, una famiglia araba, del suo paese, marito, moglie e due figli, avevano bisogno di un piccolo appartamento in città, solo lei con le sue conoscenze avrebbe potuto aiutarli, lui non conosceva nessun altro di cui potersi fidare.

Luisa non poteva e non voleva deluderlo, riuscì a trovare un alloggio di poche pretese e la famiglia araba poté trasferirsi in città. La donna aveva 24 anni era una fisioterapista, suo marito trentenne era un infermiere, il suo sguardo le incuteva paura ma i due divennero comunque amici di Luisa e lei cominciò a frequentarli assiduamente. La loro casa divenne l'alcova di Luisa e Omar ma il paese era troppo piccolo perché presto non si creassero delle situazioni imbarazzanti. Infatti, durante la festa patronale, dopo aver passeggiato per le vie della città con suo marito e le sue figlie, durante i fuochi pirotecnici Luisa notò il volto di Omar tra la folla, a pochi passi da lei e suo marito. A discapito suo, poi, presto, Luisa imparò che qualsiasi cosa costruita sulle bugie, presto è destinata a crollare, come un castello di carta si accartoccia al primo leggero movimento del tavolo su cui è costruito. Fu proprio la sua nuova amica araba a minare la sua storia, raccontando le sue vicende con dovizia di particolari sul posto di lavoro. E come si dice "il paese è piccolo e la gente mormora", la storia giunse a conoscenza di suo padre, un insegnante tradizionalista, che non perse tempo ad informare la polizia. Omar viene trovato senza permesso di soggiorno e presto fu rimpatriato nel suo paese lontano, lontano soprattutto da Luisa. I due non possono più incontrasi, vedersi toccarsi ma nessuno può impedirgli di pensarsi, di dimenticarsi. Luisa venne a conoscenza del fatto che Omar risiedeva in un grande albergo del Marocco, così cominciò a telefonargli in maniera più assidua. Le loro conversazioni erano lunghe, tutti quei chilometri li dividevano e così cercavano di raccontarsi tutto ciò che facevano, tutto il loro amore, la sofferenza, la nostalgia la lontananza della persona amata. le bollette che giungevano, recavano cifre esorbitanti per poterle pagare; Luisa prosciugò i pochi risparmi che aveva in banca e ben presto dovette chiederli in prestito all'amica araba.

Dopo alcuni mesi la magrebina si rifiutò di aiutarla ancora e le consigliò di rivolgersi ad un suo amico, un medico benestante che avrebbe sicuramente trovato una soluzione per lei. Di fronte all'ennesima bolletta, Luisa si trovò disperata. Se non l'avesse pagata suo marito l'avrebbe scoperta ma lei non aveva più nessuno su cui poter contare. Le sue notti divennero insonni, il suo unico pensiero era quel pezzo di carta minaccioso, il suo unico mezzo di collegamento con Omar era quell'apparecchio telefonico, messaggero di amore tanto utile quanto dispendioso. Non poteva fare altrimenti sarebbe andata dal medico. Appena entrò nel suo studio, Luisa capì presto di che tipo di aiuto le avrebbe dato il professionista. Lui la fa accomodare su un salottino di pelle, le parla di tante cose e stringe le sue mani, poi palesemente le dice che le avrebbe dato qualsiasi cosa se si fosse concessa a lui. Una via d'uscita alle sue preoccupazioni esisteva, a qualsiasi prezzo, le braccia del medico erano forti e la stringevano tanto che lei riusciva a malapena a respirare, lui continuava a ripeterle che sapeva tutta la storia con Omar promettendole che avrebbe fatto di tutto per farlo tornare in Italia. Luisa sentiva il respiro affannoso e caldo sul caldo ma sentiva i suo corpo freddo, immobile come un pezzo di marmo nelle mani di un artista venale intento a creare un'opera più per il guadagno che per ispirazione artistica. Così di peso la prese, la poggiò sul suo letto e mentre dava sfogo ai suoi istinti lei cercava di pensare al suo Omar, ai suoi baci, alla sua dolcezza; intanto le lacrime le bagnavano il viso e i singhiozzi si soffocavano in gola, il medico, incurante, pensava solo a suo piacere, era sopra di lei, le bloccava le braccia e le gambe, come un leone affamato tiene la sua preda fin quando non è sazio e ne lascia la carcassa a terra alla mercè degli avvoltoi. Alla fine le consegnò una consistente somma di denaro e scomparve in un'altra stanza lasciandola sola e nuda sul suo letto. Quei soldi le permisero di estinguere i suoi debiti e approfittando della lontananza del marito per alcuni giorni, riuscì ad inventare una storia abbastanza plausibile per i suoi genitori circa una gita parrocchiale per prendere il primo aereo e raggiungere Omar.

Lui la attendeva in aeroporto, era sempre più bella, sembrava un'attrice con quelli occhialini scuri e il foulard avvolto al collo. La sua andatura era elegante, sicura e il suo sorriso smagliante, quando la scorse tra la folla, i due si recarono in un lussuosissimo albergo della città,cenarono a lume di candela,bevvero champagne, poi inebriati di felicità e d'amore salirono in camera. Un ventilatore a pala sul soffitto arieggiava la stanza, dalla finestra giungevano romantiche melodie al cui ritmo alcune danzatrici muovevano il ventre ai bordi di una piscina ben illuminata. L'atmosfera era perfetta e Omar era l'uomo per lei. Si amarono intensamente con tutta l'anima per tutta la notte. Al rientro in Italia, Luisa ricadde nello stesso squallore che si era lasciata alla spalle per qualche giorno, il medico diceva di essersi innamorato di lei, la chiamava continuamente invitandola nella sua casa-studio. Nonostante l'interessamento del medico, Omar era ancora così lontano. Anur, l'energumeno marito della fisioterapista, che proprio grazie a lei aveva trovato una sistemazione in Italia, con subdole menzogne su Omar attira Luisa in casa sua. La minaccia ricattandola di riferire tutto a suo marito, poi le salta addosso, l'afferra con forza, le impedisce di urlare e di muoversi e fa ciò che vuole. Luisa si sente crollare il mondo addosso, cade nel baratro della disperazione, quell'uomo, se così si può definire è stato capace di distruggere tutta la sua dignità, il suo stesso essere donna. Ma i ricatti non terminavano, anche il medico minaccia di spiattellare la verità in giro e lei non può trovare conforto neanche nella voce di Omar, a cui non può telefonare per mancanza di soldi. Durante un loro incontro, il medico registra tutto con telecamera nascosta. Ora le minacce diventano ancor più crudeli, tanto che Luisa viene offerta anche agli amici del medico, imprenditori, professionisti che fanno di lei il loro zimbello.

Durante uno di questi appuntamenti perversi, Luisa conobbe Luca, una persona anziana che mostra di avere compassione per lei. Lui è sposato, con figli adulti, ed è anche nonno, i due si incontrarono spesso nel palazzo lussuoso di Luca, si sentono spesso al telefono per fissare i loro incontri e proprio durante una di queste conversazioni, il marito di Luisa sente ciò che dicono. E' il finimondo, volano botte e parolacce. Luisa malconcia riuscì a scappare. Nessuno nonostante le sue precarie condizioni si fermò per aiutarla. Quando chiamò Luca, lui corse a prenderla e senza pensarci due volte i due scapparono in una città del nord, dove risedettero per circa due mesi. Luisa avrebbe voluto spiegare tutto ciò che era successo e come era arrivata a ridursi così, ma non c'era nessuno ad ascoltarla, neanche le sue figlie. Tutti la odiavano per ciò che aveva fatto alla sua famiglia. Quando tornarono in città, Luisa e Luca andarono a vivere insieme; Luisa ottenne la custodia delle figlie che a loro volta venivano maltrattate dalla nuova compagna del padre. La vita di Luisa trascorreva infelice ma per lo meno i soldi non le mancavano, Omar era scomparso, ma non erano scomparsi, purtroppo, tutti gli uomini con cui aveva avuto a che fare. Dagli sguardi in cagnesco passarono alle minacce. L'ombra di quella videocassetta era sempre in agguato. La sua vita era un inferno e lei non poteva permettere che lo fosse anche per le sue figlie. Erano tutto ciò che aveva, il bene più prezioso e tutto dipendeva da lei. Era un caldo pomeriggio di luglio quando Luisa divenne l'artefice del suo destino e di quello delle sue ragazze. La cassetta scomparve dalla circolazione e soprattutto dalla sua vita. Quel piccolo atto di coraggio, finalmente l''aveva salvata""".

Vittorio il 2 novembre alle 08.14
Racconto semplice e molto fruibile, letto tutto d'un fiato.
Antonella
Il racconto è fatto in modo intelligente, semplice. A nunzio l'esperimento è riuscito perfettamente senza sfiorare quei limiti dell'assurdo e del celebralismo di certa avanguardia contemporanea.
Mi auguro di leggere una prossima storia.
I commenti rappresentano le opinioni personali dei lettori di CanosaWeb e non dell'editore o degli autori.
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