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Fra’ Celestino Di Muro non è più tra noi

Tra i primi poeti dialettali canosini


Mercoledì 3 Maggio 2017 ore 21.46

Nell'estate del 2014 avevamo ricercato la strada nativa di Celestino Di Muro, nato il 1933, nelle vicinanze della Chiesa del Carmine, avevamo incontrato le sue pietre storiche sullo "Scalone del Castello" in via Amerigo Vespucci e incontrando poi una sua amica d'infanzia, Faustina Barile che così evocava la sua figura: "m'arrecòrde, u figghie de la vezzòche", evocando la figura educativa della mamma, coordinatrice delle Carmelitane della Chiesa del quartiere. E Faustina ricordava la figura dell'educatore: "adunève li criatéure e dicève stòrie e preghìre". Prima di altri fra' Celestino scriveva poesia in dialetto fra le pietre antiche del Castello già negli anni '70, lo pregava nella catechesi, lo giocava con i bambini, lo indossava nella povertà. Lo stesso libro "I giochi di una volta" di Canosa, attesta la datazione della composizione degli anni settanta, riportando il sigillo dei Frati Minori Cappuccini di FODIAE , con il "Nulla Osta per la stampa. Foggia, 12 maggio 1979. P. Crispino Di Flumeri, Ministro Provinciale". Le sue poesie in dialetto non evocano solo stati d'animo, ma aspetti popolari di Canosa, figure della nostra gente della prima metà del 900, con una valenza storica attuale, che compensa la fragilità di salute del Fratello religioso cappuccino, evocato da Sabino Rotondo.

Come dice una sua stessa poesia, da ragazzo "so fàtte u scarpère": "a li tìmbe mòje, fernéute la scòle / ognè uagnàune s'ambarève nu mestìre". I Giochi di una volta vengono introdotti con i seguenti versi: "facémme tànda sciùche che le mène noste / ca se li vù mù, cissà quànde còste" (facevamo tanti giochi con le nostre mani e se li vuoi fare ora, chissà quanto costano); i giochi vengono poi evocati con una poesia con disegno dedicati a: "le chiànghe", "u mazzagàtte", "la cumète", "u cùrle". Il suo libro, vissuto prima di essere scritto rappresenta un magistero educativo a riscoprire i giochi di un tempo, che a differenza dei videogiochi digitali della solitudine di oggi concorrono alla creatività, alla motricità e alla manualità, allo sviluppo sensoriale montessoriano, all'aggregazione in amicizia, al confronto e alle regole, al gioco e divertimento autentico. Sono giochi riscoperti nel mio libro di Dialettologia, "Sulle vie dei ciottoli", nell'Archeologia del gioco, nelle radici millenarie dei giochi d'infanzia dell'Antica Grecia, come la trottola dello strombos ed il cerchio studiati con il Museo Archeologico nazionale di Atene, nell'Antica Roma come il turbo, nel Medioevo fino al '900 dei nostri padri. È una storia, è una cultura che non può scomparire, in una ontogenesi dei nonni che ricapitola la filogenesi del gioco.

Un bella poesia di fra' Celestino viene dedicata ai "mestieri di una volta", con l'ultimo verso che raccomanda. "ambère l'arte e mìttele da pàrte!". Il cuore di fraticello canosino dipinge con i versi dedicati alla bellezza di "Canàusa màje": "père na fémene mézza sdrajète, ca dòrme sàupa a nu lète" "Canosa mia, sembra una donna mezza sdraiata che dorme su un lato", dal Castello, giù al corso san Sabino, risalendo "Pezze Nùve", la via di Andria, in una geografia dei quartieri popolari di Canosa. Con questa immagine fra'Celestino, che è stato anche accanto a Padre Pio, ha terminato la sua vita in San Giovanni Rotondo(FG), con la fragilità della voce delle membra affrante da un male degenerativo che prova uomini e Pontefici nel mistero della Croce. Ci ha comunicato la sua morte l'amico Sabino Rotondo, cui ci uniamo nella memoria di un canosino del '900, di un religioso, di un figlio di Dio che ha incontrato Dio Padre nel Regno dei cieli. Uniti nella preghiera, Addio Fra' Celestino canosino!
Maestro Peppino Di Nunno
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