|
Uva di Troia, un vitigno legato alla storia di Canosa
L’esistenza della coltivazione della vite nel nord della Puglia, già nell’antichità, è documentata dalle pitture vascolari e dai molteplici reperti conservati nei musei, oltre che dalla documentazione bibliografica, tra cui si cita la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, che elenca i vitigni coltivati in varie parti d’Italia, tra cui anche la Puglia. Più specifica la trattazione di Marco Terenzio Varrone (I sec. a.C.), che nel suo trattato De re rustica descrive i modi di coltivare la vite dei diversi popoli italici e cita il particolare sistema di allevamento in uso in Canosa, che prevedeva un sostegno vivo, il fico (i cui rami erano incannati e da essi si lasciavano pendere i tralci), confrontandolo con l’uso diffuso in nord Italia e cita Milano, di utilizzare l’olmo come sostegno vivo. L’antica Canusium copriva un ager che comprendeva diversi comuni dell’attuale provincia di Bari e parte della provincia di Foggia, non solo la superficie dell’odierna città di Canosa. Questo territorio sulle mappe antiche era noto come Campi Diomedei. La leggenda ne attribuisce la colonizzazione all’eroe della guerra di Troia, Diomede, fondatore di molte città dell’Apulia, compresa l’antica Canusium. Diomede, naufrago, come Ulisse e tanti altri guerrieri, navigando per il mare Adriatico scoprì la foce del fiume Ofanto e lo risalì fino a trovare un luogo per lui ideale; qui utilizzò le pietre delle mura della città di Troia, che aveva portato con sé come zavorra, come cippi di confine per delimitare il territorio che battezzò con il nome di Campi Diomedei. Una di queste pietre si può ancora ammirare tra Barletta e Canosa ed è nota come il Menhir di Canne della Battaglia. Probabilmente l’eroe greco aveva portato con sé come bottino di guerra anche qualcos’altro: quei tralci di vite che, piantati sulle rive del fiume Ofanto, hanno dato origine all’Uva di Troia. E’ curioso scoprire come nel libro XVIII dell’Iliade di Omero, l’opera classica che descrive la guerra di Troia, si trovi un passo che descrive un vitigno che assomiglia proprio all’Uva di Troia: Seguìa quindi un vigneto oppresso e curvo sotto il carco dell'uva. Il tralcio è d'oro, nero il racemo, ed un filar prolisso d'argentei pali sostenea le viti.
Per quanto riguarda le pubblicazioni scientifiche, la prima descrizione dell’Uva di Troia risale al 1882 (Rivista di Viticoltura ed Enologia 6, 748), dove viene riportata con l’unico sinonimo di Vitigno di Canosa.
Quasi tutta la bibliografia consultata cita la probabile attribuzione del nome, Uva di Troia, alla provenienza dalla cittadina di Troia, in provincia di Foggia. In realtà si deve escludere questa ipotesi, per il fatto che non è stato reperito alcun documento che lo provi, anzi le ricerche hanno evidenziato che la cittadina di Troia non ha nulla a che fare con il nome di questo vitigno. Le mappe topografiche della Regia Dogana della Mena delle pecore di Foggia, disegnate dagli agrimensori Antonio e Nunzio Michele nel 1686, provano questa affermazione.
Le mappe fotografano il territorio della Puglia di allora, e consultandole si rilevano solo due aree coltivate a vite: Canosa, con le vigne ubicate a ridosso dell’antico ponte romano sul fiume Ofanto, e San Severo. In provincia di Foggia, il Vitigno di Canosa è stato introdotto intorno al 1790. La conferma ci arriva da quanto riportato in una pubblicazione del 1791, a firma del canonico Gaetano De Lucretiis della città di San Severo, dal titolo Delle cause della disposizione dei vini a corrompersi o inacidirsi nella Puglia Dauna. L’Autore scrive delle molte problematiche tecniche e politiche e della scarsità dello sviluppo della viticoltura nella Daunia, e tra le varie soluzioni propone la diffusione di un nuovo vitigno, giunto in quelle vicinanze da non molti anni e volgarmente chiamato Somarello, nomignolo ancora oggi utilizzato nella provincia di Foggia per indicare l’Uva di Troia. Spiegare come siano arrivate le marze a San Severo non è cosa complicata: le zone viticole di Canosa e San Severo si trovavano sulla stessa direttrice dei tratturi regi della transumanza ed è molto probabile che qualche passante, innamorato di quella qualità d’uva, abbia fatto un carico di marze che, trasportate sulla soma di qualche asino a seguito delle greggi transumanti, siano giunte a San Severo.
L’ipotesi di un’origine legata alla cittadina di Troia in provincia di Foggia, può essere sconfessata con ancor maggiore decisione; l’ulteriore prova si ricava da quanto scritto in un’altra antica pubblicazione, datata 1792, dal titolo Notiziario delle produzioni particolari del Regno di Napoli e delle cacce riserbate al real divertimento; l’Autore, Vincenzo Corrado, descrive le produzioni agricole del regno di Napoli, citando tra le altre la cittadina di Troia, scrive: “Le produzioni particolari dei terreni di questa città, Troia, sono in grano, in erbaggi, in frutta, ed in uve, da quali si ha quell’eccellente vino col nome montepulciano”.
La forma di allevamento che ha dato maggiori risultati e ha dato soprattutto notorietà a questo vitigno è quella già nota agli antichi Romani, la vitis bracchiata sine adminculo, nota ora come alberello pugliese.
Alfonso Germinario
Tratto da Il Campanile n.2 2007
|
|