|
Li zòite Mi ricordo quand’ero bambino, cinquanta anni fa, quando mia madre Rosetta mi incaricava di comprare li zôte dal negozio di Alimentari in via Carlo Alberto (vivono oggi i coniugi Di Biase che saluto con affetto). Era il tempo in cui per la domenica non si faceva più la pasta in casa e si acquistavano i maccheroni al negozio, poi i ziti venivano spezzati a casa in pezzi piccoli.
 La tradizione culinaria napoletana dell’Italia meridionale riporta i ziti come un formato di pasta di grano duro da usare nelle occasioni solenni e nella festa degli sposi, da cui deriva il nome per analogia. Dunque i maccheroni del rito nuziale erano “li zòite”, che ancora oggi si trovano sul banco del supermercato. Si accorreva a vedere in chiesa “li zòite”, cioè gli sposi, ad ammirare il vestito della sposa, che ha condizionato al femminile il passaggio in corteo festoso: “mu passe la zôte” (ora passa la sposa !). La parola zita deriva dal persiano e significa “ragazza non sposata”, da cui deriva zitella, per cui i ziti erano gli sposi da festeggiare.
U spusalizie E noi ragazzi non usavamo tanto la parola “matrimonio”, ma dicevamo “ u spusalizie” nelle radici letterarie del latino “sponsus” che corrisponde a “promesso sposo”. Infatti nella civiltà romana le nozze erano precedute dagli “sponsalia”, cerimonia solenne con la quale si compiva la promessa di matrimonio, con un preciso impegno giuridico e affettivo.
Gli Sponsali Sponsalia sunt futuri matrimonii promissio. Tracce degli Sponsali si ritrovano già nella cultura ebraica dell’Antico Testamento (Salmo 45; Sponsali del re Salomone nel Cantico dei Cantici, libro 3, v.11) come nel più antico diritto romano. Troviamo citazione degli Sponsali nel De ritu nuptiarum, scritto dal giurista Herennius Modestinus, Consigliere dell’imperatore Marco Aurelio Alessandro Severo (222 - 235 dopo Cristo). Il giurista romano Modestino così scrive nel Libro 1°: “Nuptiae sunt coniunctio maris et feminae et consortium omnis vitae, divini et humani iuris communicatio”. “Le nozze sono l’unione di un uomo e di una donna, un consorzio per tutta la vita, una comunione tra diritto divino e quello umano”. Il Diritto Romano di Giustiniano si ritrova poi nel diritto cristiano di Tertulliano, teologo del II secolo d.C. che nel “de cultu feminarum “ parla del rito dell’anello.

Pegno delle future nozze era il dono dell’anulus pronubus, l’anello nuziale con cui lo sposo legava a sé la sposa. E non a caso questo cerchietto di ferro, poi realizzato in oro, veniva infilato al penultimo dito della mano sinistra, detto appunto anularius, da cui si credeva partisse una vena (vena amoris) che giungeva dritta al cuore. Così l’anulare della mano sinistra diventò il digitum fidei (il dito della fede) e gli anelli nuziali vennero chiamati le fedi, ad attestare la fede, come fiducia nell’altro (fides). Il prof. Pier Alberto Antolini, scrittore del buon cibo, tramite lo Slow Food di Siena, mi ha scritto riportando le feste dedicate agli “Sponsali” di Sante Vitelleschi con Costanza di Caprinica (1451) e di Claudia de’ Medici con Federico Ubaldo d’Urbino (12 giugno 1609). Significativa è anche la rievocazione medievale a Monteriggioni di Siena
Li spunzèle Ancora oggi avviene la rievocazione medievale a Monteriggioni di Siena con la “Cena degli Sponsali” con il rito delle nozze e con il banchetto che riporta i piatti dell’antica cucina, dove compare la torta di cipolle. E nella tradizione culinaria meridionale usiamo “li spunzèle” (cipolle verdi) nella focaccia ripiena con cipolle, che, nella mia lettura, non potevano mancare nel banchetto delle nozze popolari. Queste cipolle verdi lunghe, in cui si intravede anche un simbolo fallico, queste cipolle porraie, sapore dei poveri delle nostre focacce e ora piatto prelibato degli attuali ristoranti caserecci, furono chiamate “spunzèle” per analogia agli Sponsali e non dovrebbero mancare nei piatti nuziali di oggi! La cipolla, raccontata da Aristofane (400 a.C.) nelle sue commedie, è sicuramente arrivata in Puglia dalla Grecia, prendendo soprattutto nel ‘700 il posto delle spezie nella cucina anche borghese o nobile, mentre prima compariva nella cucina contadina.
U vèle de la zôte Il velo della sposa che ancora oggi incanta gli amici e i parenti nasce da un segno di verginità, come viene riportato nel cap. XV del De Virginitate di Sant’Ambrosio, che cita il flammeum nuptiale . Ma il velarium flammeum romano, sul capo della sposa vestita di bianco, era arancione, giallo o rosso a simboleggiare l’ardore (flammeus = fiammante) dell’amore. Ora lascio queste parole e mi immergo nel cuore per dare gli auguri con mia moglie Elena a mio figlio Gianfranco Di Nunno e a Michela D’Alessandro sposi nella Cattedrale San Sabino, dove si sono conosciuti ragazzi. Penso che sia anche un pensiero della comunità civile esprimere il nostro plauso a due giovani, come altri, che si sposano a Canosa, nella terra delle radici, e già sono trapiantati lontano, a Padova per il lavoro e il loro domani.
Auguri in paese, si accorre “mu passe la zôte, tutte so cherièuse de vedà u vestôte, M’arrecorde li zòite, chire ca s’accàttene e pòje
se màngene, ma li zòite de la chìse quanne
so figghje fanne chiànge!
Domani 13 Ottobre, sacro giorno in cui ricorre dopo novanta anni il “miracolo del sole” della Madonna di Fatima, la cui immagine venerata dall’Europa dal 1917 è giunta nei giorni scorsi nel paese di Padre Pio. A Lei affidiamo tutti i giovani sposi della nostra amata terra. Auguri agli sposi !
A cura di Peppino Di Nunno
|
|