|
Storia del Santo
San Sabino nasce nel 461 e morto ultracentenario nel 566. Vive in un’epoca nevralgica per la storia della Chiesa, quella successiva alle lotte per il Concilio di Calcedonia (problema delle due nature in Cristo e lotta al Monofisismo). E’ anche l’epoca del primo scontro sul primato romano (fine dello scisma acaciano e formula di Ormisda). Ed è l’epoca della grande restaurazione “calcedonese” di Giustino e soprattutto di Giustiniano, che egli incontrò e con i quali intavolò trattative della massima importanza.
San Sabino si presenta dunque come una figura che ha dedicato la sua vita all’affermazione del papato nella cristianità. Consigliere e legato di papi estremamente diversi tra loro, dal filorientale Giovanni I al filogotico Bonifacio II, per finire all’intransigente antiariano Agapito I, Sabino seppe destreggiarsi con un’eccezionale abilità diplomatica. Se così non fosse stato, il papa di turno si sarebbe liberato di lui. Il fatto di mantenerlo al primo posto anche se il nuovo papa intendeva perseguire una politica opposta al predecessore, rivela il talento, la tempra e la fedeltà del vescovo di Canosa. Nella missione “filoariana” con Giovanni I a Costantinopoli , insieme a San Germano, Sabino dovette fare il lavoro “sporco” di perorare la causa degli ariani, liberando il papa da un compito così ingrato. Nella missione “antiariana” con Agapito I, per tenersi fedele ai principi cattolici rigorosi, dovette addossarsi l’ostilità di Giustiniano, che voleva almeno qualche piccola concessione ed una maggiore disponibilità al compromesso. Ancora più esplicita fu la difesa del papato al Concilio del 531, convocato in difesa di Stefano di Larissa, un vescovo dell’Illirico condannato dal patriarca di Costantinopoli e fatto incarcerare. Il problema specifico della giurisdizione sull’Illirico, se di Roma o di Costantinopoli, lasciò infatti il posto al problema più importante, se un vescovo, di qualsiasi parte del mondo, potesse appellarsi a Roma per avere giustizia. La risposta fu ovviamente affermativa, poiché a differenza dell’Oriente, Roma poneva la radice della sua autorità non sul fatto di essere la capitale, ma sul mandato evangelico di Cristo a Pietro. Pertanto, il fatto che la vita successiva alle grandi missioni diplomatiche ci presenti Sabino con una spiritualità affine a quella di San Benedetto, al punto che Gregorio Magno volle riservargli uno spazio notevole nei suoi Dialoghi, non deve fare dimenticare questo suo passato al servizio della sede romana, per l’unità ecclesiale e l’armonia teologica con la Chiesa d’Oriente.
San Sabino, tra le altre opere salvò Canosa dall'invasione delle orde di Totila, di cui seppe conquistarsi fiducia e benevolenza. Percosso dalla piaga della cecità, rimase fermo nella fede immergendosi nella preghiera e nella contemplazione di Dio sì da diventare veggente sino alla morte.
Il Pellegrinaggio alla tomba di San Sabino. Nella Vita di San Sabino sono ricordati solo due pellegrinaggi internazionali del VII secolo, che, tuttavia, non consentono di sostenere che vi fosse una devozione ampiamente diffusa. Infatti entrambi i pellegrini, uno spagnolo e uno aquilano, gravemente malati, seppero casualmente, in sogno, del potere taumaturgico di Sabino. [...] Del resto, anche se la documentazione è scarsa e reticente, si può ipotizzare un certo pellegrinaggio alla tomba tra il 688, anno del suo rinvenimento, durante il ducato di Grimoaldo II (687-689), nella chiesa di san Pietro, che era anche cattedrale (“Ad ecclesiam cathedralem, ubi majori populi isthuc confluentis pietate honoraretur, ex ea ecclesia quam Theoderada aedificarat, S. Sabini transtulit corpus”), e la traslazione delle reliquie del santo, poco prima dell’818, dalla cappella eretta da Teodorada “in camera subtus altare beatissimorum Martyrum Johannis et Pauli”, che, secondo l’Anonimo, era “ Sedem Pontificalem Canusinae urbis”, cioè chiesa vescovile e sedem propriam del vescovo Pietro e aveva lo scopo di facilitare l’afflusso dei fedeli alla tomba.
|
|